Sulle tracce del tesoro di Alarico

Per la Roma che assiste al tramonto inesorabile del suo dorato sogno imperiale, il 25 agosto del 410 è il peggiore dei giorni.
Dies maestus, giorno funesto nel quale al più abile dei mille popoli migranti che premono sui limines, i confini del mondo civile soverchiato dalle orde barbare in movimento, riesce il colpaccio. Alarico coi suoi Goti. Violatori della sacralità di una ex capitale (ormai il potere si è spostato verso Ravenna e, più ancora, l’axis mundi sta scivolando su Bisanzio) cosmopolita che da otto secoli non subiva l’oltraggio di un’invasione straniera.
Cade l’Urbe dei padri, tradita dagli stessi sobillatori del suo volgo che sabotano gli accessi della via Salaria e concedono ai Goti una via sicura per fare irruzione e portare scompiglio in città.

Il Sacco di Roma in una miniatura francese del Quattrocento

E’ notte fonda a Roma quando le prime avanguardie barbariche si fanno largo nel tepore del buio estivo e sottomettono le poche guardie a presidio del quadrante espugnato. Poi arriva Alarico, ed inizia ufficialmente il sacco. Settantadue ore di travaglio che sovvertono l’ordine e scardinano il decoro. A salvarsi, il solo Papa Innocenzo, sin dalla prima ora postosi sotto l’ala dell’invasore. Ma è una quiete dolorosa, la sua, visto che deve assistere inerme alla strage del popolo dopo essersi assicurato che i Westgoten non tocchino né le chiese né le reliquie degli Apostoli. Alarico ed i suoi andranno via il 28 agosto, non prima però di aver messo mano alle ricchezze dell’ombelico del mondo, ai forzieri ricolmi degli ori trafugati da un degno espugnatore quale Vespasiano in quel di Gerusalemme trecentocinquanta anni prima. I Visigoti che abbandonano l’Urbe tra le maledizioni della gente che piange i suoi morti e la rovina portano con sé una carovana interminabile.

Bottino e codazzi di prigionieri, prelevati a sfregio sradicando il fiore dell’aristocrazia romana. Solo una cosa manca ai barbari armati. Sono a corto di vettovaglie, ed ora che la compagine si è ingrossata a dismisura bisogna trovare un rimedio. In fretta. La campagna a sud di Roma è un immenso granaio spalancato. Basta razziare e non pensare. Per quello bastano gli ordini del condottiero. Marciare verso sud, sempre più in fondo. Fin dove arriva la terra. Di corsa, prima che si scateni l’inverno. Sul Bruzio, prima, per poi passare il mare e, dalla Trinacria, varcare il Mediterraneo per svernare al sole d’Africa in attesa che il tempo migliori. Il resto si vedrà strada facendo.

Ma prima del sole c’è l’Italia da attraversare. C’è la Campania da espugnare. Capua e Nola da mettere a ferro e fuoco, tra un banchetto servito dai ridicoli nobili romani, ormai ridotti a sguatteri buoni a nulla, ed un’ubriacatura pantagruelica, complice il rosso Falerno che tanto aggrada alle schiere di Alarico. Finisce la terra campana e finisce il Falerno.
La Lucania è soltanto è una breve parentesi di sangue. Dietro la quale comincia il Bruzio, la calata inesorabile verso le rocce che, a Reggio, delimitano il margine del canale di Sicilia. Si stipano su barcacce, i Goti di Alarico, le riempiono di armati e vettovaglie e prigionieri ben oltre il limite della decenza. Ma Scilla non perdona, e le onde infide dello stretto falciano parte dell’improvvisata flotta, costringendo i superstiti a fare dietrofront. Alarico ha 40 anni. E’ pallido e gonfio.

Il Busento presso Cosenza

La lunga marcia, certo. La calata forsennata, anche. Ed i festini interminabili, perfino. Un male oscuro – ma alcuni sostengono che siano stati i postumi fatali di un colpo di lancia – lo conducono in fretta alla fine. Durante il ripiegamento delle truppe su Cosenza ed a pochi mesi dal sacco di Roma, cade nel sonno della morte. Tra gli onori dei suoi, che piangono il re guerriero che li ha condotti verso la gloria ed ha fatto loro macinare miglia fatali colmandoli di bottino come mai era capitato loro. I dignitari della sua corte girovaga provvedono alla sua sepoltura sul suolo italico, mentre volge al termine la vicenda dell’Alarico storico. Non si sa nulla di certo sulle esequie del re.

Ad oggi, anzi, cercare di farsi un quadro preciso dei fatti che seguirono il decesso del condottiero visigoto è un’impresa praticamente impossibile. A meno di non doversi districare nel folto delle leggende fiorite su quei giorni lontani e, soprattutto, sul destino del favoloso tesoro che Alarico requisì dall’Urbe per portarlo seco nella sua testarda corsa verso la storia. E’ il 1820 quando un drammaturgo tedesco di nome August von Platen-Hallermunde pubblica una ballata intitolata Das Grab im Busento, La tomba nel Busento. Il testo scritto dal conte teutonico piace in Europa. Tanto che Giosuè Carducci ne cura una traduzione italiana che suona così:

Cupi a notte canti suonano
Da Cosenza su ’l Busento,
Cupo il fiume gli rimormora
Dal suo gorgo sonnolento.

Su e giù pe ’l fiume passano
E ripassano ombre lente:
Alarico i Goti piangono,
Il gran morto di lor gente.

Ahi sì presto e da la patria
Così lungi avrà il riposo,
Mentre ancor bionda per gli omeri
Va la chioma al poderoso!

Del Busento ecco si schierano
Su le sponde i Goti a pruova,
E dal corso usato il piegano
Dischiudendo una via nuova.

Dove l’onde pria muggivano,
Cavan, cavano la terra;
E profondo il corpo calano,
A cavallo, armato in guerra.

Lui di terra anche ricoprono
E gli arnesi d’òr lucenti:
De l’eroe crescan su l’umida
Fossa l’erbe de i torrenti!

Poi, ridotto a i noti tramiti,
Il Busento lasciò l’onde
Per l’antico letto valide
Spumeggiar tra le due sponde.

Cantò allora un coro d’uomini:
“Dormi, o re, ne la tua gloria!
Man romana mai non víoli
La tua tomba e la memoria!”

Cantò, e lungo il canto udivasi
Per le schiere gote errare:
Recal tu, Busento rapido,
Recal tu da mare a mare.

Secondo la ballata, la solenne inumazione di Alarico, comprensiva della sepoltura del suo destriero e dell’armatura amata – ma soprattutto degli arnesi d’òr lucenti del tesoro – sarebbe avvenuta nel letto del fiume cosentino Busento, provvidenzialmente deviato per consentire alle schiere del defunto di re di approntargli una sepoltura serenamente inviolabile. Al termine dei lavori, la sorte di Alarico sarebbe stata repentinamente seguita anche dagli schiavi addetti allo scavo, al fine di evitare che testimoni scomodi sopravvivessero all’arguzia e potessero divenirne poi delatori. La versione von Platen, per quanto tendenzialmente sorprendente, trova timida conferma anche nelle cronache storiche di più antica fattura, quali quelle firmate dal bizantino di origine alana Giordane ed il romano Cassiodoro di Squillace (e cozzando invece con quanto riportato nel Quattrocento dal gentiluomo di fortuna Auguste De Rivarol, che sosteneva di essersi imbattuto nella salma di Alarico sepolta nel fango del fiume Crati tra due scudi da battaglia).

Ad oggi, nessuno ha tuttavia saputo collocare esattamente la tomba del re. E dunque, nel cosentino si seguita a scavare. Sulle orme delle settecentesche iniziative intraprese dal patrizio napoletano ed avvocato concistoriale monsignor Giuseppe Capecelatro, che a suo tempo fece rivoltare la terra alla confluenza dei fiumi Busento e Crati, purtroppo invano.
La frustrazione ha in questo caso partorito esiti anche inattesi, sebbene ugualmente infruttuosi, specialmente quando alcuni studiosi si convinsero che il fiume da setacciare non fosse il Busento ma il Basento lucano, anch’esso confluente nelle acque dello Ionio. Sono stati tanti gli studi e le ricerche che nel corso dei secoli hanno seguitato a stimolare fortemente la fantasia dei cercatori. Italiani e non, considerato che negli anni Quaranta, nel quadro della rivalutazione delle saghe nordiche propugnata dal Terzo Reich, in loco fu inviato perfino Heinrich Himmler, delfino del Fuhrer disceso in Italia per far luce sulla fine di quel monarca germanico antico che, per primo, dominò l’estro di Roma seminando terrore e riverenza in tutta la penisola.

Alarico I

Più di recente, locali scolaresche infervorate ed appassionati dell’ultima ora stanno spostando il focus del setaccio dal corso del Busento alle aree limitrofe. In primo luogo, alle inaccessibili Grotte dell’Alimena, tra Mendicino e Carolei. O, come sostengono i fratelli Natale e Francesco Bosco, nella località di Rigardi (toponimo guarda caso di origine gota che indica rispetto) alla confluenza dei rivi Caronte e Canalicchio.
In questo angolo desertico di Calabria, sorgono alcune misteriose rocce costellate di incisioni iniziatiche indicanti sacralità, ivi compresa un’enorme croce. Su di un lato della vallata, poi, due differenti cavità calcaree naturali di origine vulcanica si aprono sullo strapiombo. Una di esse cela un rozzo altare che ricalca l’essenziale modalità di lavorazione in uso presso i Goti. La singolare ara poggia su di uno strato di sabbia che opportune origini indicano come di origine stranamente fluviale… Il corso delle supposizione è tuttavia destinato ad arrestarsi qui. Perché le autorità competenti, sollecitate in più occasioni dai due volenterosi fratelli, non hanno rilasciato alcuna autorizzazione ad effettuare scavi di sorta. Il mistero dunque rimane intatto sulla sepoltura del castigo di Roma, Alarico il Visigoto.

di Simone Petrelli

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  • Danilo Maneggio

    A Bisignano (CS), vicino al fiume crati ed in località chiamata “Grifone” sorge una collinetta chiamata “Cozzo rotondo”. Una collina perfettamente rotonda in mezzo al paesaggio circostante, un tumulo di terra costruito artificialmente, non si sa da chi e per cosa. Si pensa che la collinetta di Cozzo Rotondo sia proprio la tomba di Re Alarico. Antiche credenze popolari invece, che si ripetono intorno alla strana collinetta, quella della chioccia dalla uova d’oro che l’averla toccata abbia provocato un terribile diluvio. Gli studiosi che hanno sottoposto la collinetta a veri esami hanno stabilito la natura artificiale, ma poiché non si è voluto approfondire la ricerca per tutelare l’integrità del “Cozzo Rotondo“, questo ha continuato e continuerà a mantenere il suo mistero.