Meditazione come pronto soccorso

Ansia: Quando siamo preda di un attacco di ansia…per esempio prima di un esame, di un colloquio di lavoro, o di una prova sportiva, o in tutti quei casi in cui si attende un esito, una risposta ecc., ebbene in tutti questi casi, la meditazione più appropriata è quella del “controllo” del respiro, dove per controllo si intende un sintonizzarsi su di esso, un osservarlo, un seguirlo con attenzione, per renderlo più lento e profondo. Perché quando c’è ansia, il respiro diventa più veloce e superficiale e questo non fa altro che produrre continuamente ansia; diventa un vero e proprio circolo vizioso.
Per facilitare questa meditazione possiamo mettere una o tutte e due le mani sulla pancia, perché è proprio lì che il respiro deve arrivare per portare rilassamento e quindi benessere. Quando c’è ansia il respiro rimane a livello toracico, invece.
Le posizioni più efficaci per questa pratica sono quella seduta e quella sdraiata, ove è possibile.

Tristezza: Quando in noi sorge la tristezza, la malinconia, quello che facciamo normalmente è di vivere lo stato d’animo in senso negativo, di autocommiserarsi, e questo non fa che peggiorare la situazione. Allora quello che bisognerebbe fare in questi casi è cercare di “entrare” nella tristezza, conoscerla, viverla, invece di evitarla o continuare a ripetersi ‘sono triste’. Se noi rifiutiamo la tristezza, essa prende più forma, più consistenza, ed uscirne diventa più problematico. Invece bisogna scivolare in essa, “assaporarla”, anche se questo temine vi sembrerà cattivo; ma solo se io non la rifiuto e non la evito, la tristezza sarà meno opprimente. Entrare nella tristezza è un’esperienza unica, che cambierà radicalmente il modo di affrontare tante situazioni “negative”.

Dolore fisico: Quando abbiamo un dolore fisico la reazione immediata è quella di contrastarlo e molte volte di autocompatirsi. Questo non fa che sommare al dolore fisico il disagio psicologico, e il dolore “aumenta”. In questi casi, la meditazione più appropriata è quella dell’essere testimoni del dolore attraverso “l’osservazione”. Questo essere testimoni spezza l’identificazione col dolore, riconducendo il dolore stesso a quello che dovrebbe essere: disagio fisico. Quando siamo identificati col dolore, sommiamo ad esso il disagio psicologico, la sofferenza psicologica. La disidentificazione da esso spezza quel legame. Quindi non rifiutare il dolore, non autocompatirsi, ma osservazione del dolore, quasi a creare una distanza tra noi e il dolore stesso.

Caldo eccessivo: Ci sono situazioni più o meno durature in cui nostro malgrado dobbiamo convivere col caldo eccessivo. Questa fonte di stress può essere attenuata ricorrendo a tecniche meditative. La più adatta, secondo me, è quella di non rifiutare il disagio con le sue conseguenze: la pelle sudata, i vestiti che si appiccicano addosso, il calore che invade tutto il nostro corpo, ecc., e di non ripetersi ‘madonna che caldo che fa’ o frasi simili. Tutto questo non fa che aumentare il senso di sofferenza derivante dal caldo. Anche in questo caso l’accettazione fa sì che non ci sia sovrapposizione tra disagio fisico e disagio psicologico. Insomma è sempre la nostra mente ad amplificare le situazioni “negative”. Per agevolare quest’accettazione diventa efficace il ‘ricordo di sé’, ossia percepire la propria presenza, esistenza; in pratica bisogna spostare il focus dal disagio alla percezione della nostra presenza. E noi possiamo percepire la nostra presenza solo quando la mente è ferma, quando non ci sono pensieri. Paradossale vero? Qualcuno disse ‘Io penso, dunque sono’. Invece noi potremmo dire ‘Io non penso, quindi esisto’.

Claustrofobia: Per chi si trova a dover convivere con questo disturbo, la meditazione che consiglio è quella di sintonizzarsi sui sensi. Perché quando noi siamo sintonizzati su di essi, la mente è ferma, senza pensieri, e solo in questo stato la mente non conosce paura. Allora cosa fare in caso di claustrofobia? Bisogna guardare, ascoltare, odorare, toccare con consapevolezza. Normalmente tutto ciò viene fatto col filtro della mente che ci allontana, ci isola dall’esperienza del toccare, ascoltare, ecc. Allora bisogna essere presenti a tutto ciò che accade intorno a noi con tutti i nostri sensi; “noi” dobbiamo scomparire in un certo senso, e devono rimanere solo i nostri sensi, e questo è uno dei modi per non far agire la mente, sempre lei, paradiso se la governiamo, e inferno se ce ne facciamo governare.

Paura: Ogni volta che abbiamo paura, di qualunque genere essa sia, la sua origine è sempre nella mente, perché la nostra consapevolezza non conosce paura; semmai ne è l’osservatore. Ma se noi siamo identificati con la nostra mente, non la possiamo osservare, e quindi tanto meno possiamo osservare i suoi contenuti, i suoi pensieri. Quando siamo in preda alla paura, al panico, è molto facile perdere il controllo della situazione e diventarne così, una vittima. Per diventare padroni della situazione che ha generato lo stato di paura, diviene molto utile osservarla, questa paura, che consiste nell’osservare i pensieri associati alla paura. Nel momento in cui i pensieri vengono osservati, questi si dissolvono, e con essi la tensione e la paura che li accompagnava. Quindi la cosa da fare è diventare consapevoli dei pensieri, perché l’essere semplicemente consapevoli, li fa svanire e di conseguenza svanisce la paura.

Rabbia: La rabbia è uno di quegli stati d’animo con il quale l’uomo moderno si ritrova a convivere molto spesso, e sia che egli lo esprima sia che lo reprima, i danni psico-fisici immediati sono evidenti. E a lungo andare questa situazione può manifestarsi sotto altre vesti: un classico esempio è la gastrite, ma anche mal di testa, contratture muscolari, ecc.
Cosa dobbiamo fare in caso di rabbia? Bisogna diventare consapevoli di sé stessi. Perché le emozioni negative hanno il sopravvento quando noi siamo inconsapevoli, quando siamo assenti; o ci siamo noi o c’è la rabbia, e viceversa. Praticamente deve avvenire un cambio di Geshtalt, di prospettiva.
Molti di voi avranno visto il disegno di un test psicologico che raffigura contemporaneamente il profilo di una vecchia e il corpo nudo di una donna. Essi appaiono nello stesso disegno, ma se osserviamo l’uno non possiamo osservare l’altro e viceversa. Possiamo metterne a fuoco uno alla volta. E così succede con le emozioni negative: o mettiamo a fuoco noi, o mettiamo a fuoco l’emozione. Passare dall’emozione alla consapevolezza della nostra presenza, della nostra esistenza, farà evaporare l’emozione stessa, come l’acqua in ebollizione. L’acqua non deve fare alcuno sforzo per evaporare; basta che la portiate a cento gradi ed essa evaporerà. Allo stesso modo, basta divenire consapevoli di sé stessi, e la rabbia, l’invidia, la gelosia e tutte quelle emozioni che non fanno altro che complicare la nostra vita, si scioglieranno come neve al sole.

Rumori molesti e insonnia: Se dovesse capitare, magari quando siamo in vacanza, oppure quando per lavoro alloggiamo in albergo o comunque in un ambiente diverso dall’usuale, di dover soffrire di insonnia a causa di rumori a cui non siamo abituati, il rimedio più efficace è quello di mettersi all’ascolto del rumore molesto. Ancora una volta vale la pena sottolineare che ogni qual volta c’è rifiuto da parte nostra (in questo caso del rumore), oppure il desiderio che una cosa accada (in questo caso l’addormentarsi), il rifiuto da una parte e il desiderio dall’altra ostacolano l’accadere del sonno. Perché il sonno è una di quelle cose in cui il nostro agire è di ostacolo. Il sonno può solo accadere, e perché possa accadere non dobbiamo ostacolarlo. Allora, quando ci sono rumori che non permettono di addormentarci, non dobbiamo pensare a voler dormire, ma dobbiamo metterci all’ascolto del rumore. Come se stessimo ascoltando della musica. Solo in questo modo il sonno non tarderà ad arrivare nonostante il rumore.

Chiacchiericcio mentale: La maggior parte dello stress che accumuliamo durante il giorno è dovuto al super lavoro che fa la nostra mente. Praticamente è come se nella testa avessimo una radio accesa 24 ore su 24…èh sì, perché non riposa neanche quando dormiamo. Se avessimo una radio, tutto sommato sarebbe meglio, perché così potremmo spegnerla, ogni tanto. E invece ci troviamo nella situazione che la nostra mente non ha un interruttore on/off.
In verità, quest’interruttore c’è, ma non lo conosciamo, non sappiamo dov’è; questo interruttore si chiama Consapevolezza. La consapevolezza è il pulsante che spegne la mente, perché se io sono consapevole, la mente si arresta, rimane senza pensieri. Come possiamo arrestare il chiacchiericcio mentale che certi giorni in particolare sembra dominarci completamente e che ci sottrae tante energie psico-fisiche?
E’ semplice: diventiamo consapevoli di quello che stiamo facendo. Qualsiasi cosa stiamo facendo, lavare i piatti, cucinare, fare la doccia, mangiare, pulire il pavimento, ecc., se lo facciamo con consapevolezza, se siamo mentalmente nel qui-e-ora, nel momento presente, la mente non ha scampo, non ha più potere su di noi; in due parole, si arresta. E noi possiamo riprendere fiato.

Iperattività: Uno dei mali dell’uomo contemporaneo è quello di svolgere le attività a velocità sempre più elevate. Quante volte ci ripetiamo o diciamo agli altri ‘vado di corsa!’, oppure ‘mi devo sbrigare!’; nella maggior parte dei casi non ne possiamo fare a meno, però capita molte volte che il nostro agire è vertiginoso anche quando non ce ne sarebbe bisogno, perché le abitudini sono dure a morire. E è l’inconsapevolezza che rende tutto abitudinario. E la conseguenza delle abitudini è la noia e l’insoddisfazione che le accompagna.
Quando ci ritroviamo ad eseguire delle attività, “correndo”, è bene svolgerle in maniera meditativa, che vuol dire essere consapevoli di quella attività. Cioè, se mentre svolgo un’attività, la mente è altrove, questa disunione tra mente e corpo ci porta a svolgerla più velocemente; parliamo di quelle cose che facciamo ogni giorno e che proprio per questo le svolgiamo in automatico. Questo non accade quando facciamo una cosa per la prima volta.

Ogni volta che facciamo una cosa nuova, senza saperlo siamo in meditazione, cioè in unione mente-corpo. Successivamente diventiamo “esperti” e allora la mente può permettersi di assentarsi, perché ci pensa l’abitudine, l’automatismo a svolgere quell’attività. E’ classico questo, del guidare.
Le prime volte la nostra mente è con noi perché per essere più efficienti ed attenti dobbiamo unire le “forze” fisiche a quelle mentali…l’unione fa la forza, è il caso di dire.
Una volta che il corpo ha imparato, però, la mente può andarsene per i fatti suoi, e allora ci ritroviamo a fare chilometri e chilometri di strada senza essere coscienti di come li abbiamo fatti, a meno che non intervenga un fatto improvviso che desti la nostra attenzione, la nostra consapevolezza. Tornando alle attività in generale, diventare consapevoli di quell’attività , significa svolgerla alla giusta velocità, che si traduce in un abbassamento del livello di stress, perché tutto viene riportato a una dimensione più consona allle esigenze del nostro corpo.

Malattia: Quando ci ammaliamo o quando ci ritorna un disturbo di cui soffriamo in certi periodi dell’anno, la prima reazione è quella di rifiutare psicologicamente l’evento e quella di “accelerare” mentalmente la guarigione. Tutto questo non fa che ritardare la guarigione e renderci anche più nervosi.
Il corpo e la mente non sono due entità separate; agendo sulla mente possiamo influenzare il corpo e agendo sul corpo possiamo influenzare la mente. Se per esempio beviamo dell’alcool questo avrà anche effetti sulla mente e quando pensiamo a una situazione, per esempio quella erotica, questo si traduce in effetti sul corpo. Quindi potremmo definirci un corpomente. Potremmo dire che il corpo è la parte materiale della mente e la mente è la parte spirituale del corpo.
Tornando al nostro tentativo di accelerare la guarigione e contemporaneamente di rifiutarla, si mette in atto una reazione al nostro agire. Sì, perchè ogni azione provoca una reazione opposta, poiché la natura tende sempre all’equilibrio. Se non c’è azione da parte nostra, se non c’è volontà, allora tutto scorre per il verso giusto.

Quindi bisogna capire due cose: che la malattia non va vista come nemica, ma oserei dire come amica, perché è il segnale di disagio che il nostro corpo ci sta mandando, e con quest’ottica la malattia diviene allo stesso tempo anche la cura. Metà della guarigione si ha accettando la malattia. Nello stesso tempo non si deve desiderare la guarigione immediata, perché a sua volta questo desiderio ne rallenterà il processo.
Il corpo si sta difendendo dalla nostra mente che lo vorrebbe subito in carreggiata, perché, ‘come faccio con il lavoro?’, ‘ma ho la gara domenica prossima!’, ‘e io che avevo programmato un bel fine settimana!’, e così via. E è arrivata quella stupida malattia ad intralciare il nostro percorso.
Forse non è arrivata a caso…basta guardarsi un po’ alle spalle e sicuramente riusciamo a mettere ogni tassello al proprio posto. A questo punto mi sembra palese, quale sia la meditazione più adatta in questi casi: l’accettazione della malattia, dell’infezione, del disturbo, la cui conseguenza sarà quella di non accelerare il processo di guarigione. E senza che nemmeno ve ne accorgerete vi ritrovate guariti nei tempi giusti.
Per discutere quanto letto nell’articolo vi rimando al forum “Meditazione come pronto soccorso

Cinzia Turnaturi

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