Il popolo più antico di Akureyri

17.754 abitanti non sono poi moltissimi. Bastano appena a superare i residenti di Porto Empedocle, provincia di Agrigento. Ma qui non siamo in Italia – ed anzi a stento questo lembo di terra può essere considerato addirittura Europa. Qui il concetto stesso di spazio assume un significato differente. Akureyri. Sperduta lungo la costa centro-settentrionale d’Islanda. Quarta città dell’isola vulcanica che veglia sull’estremo nord del continente più vecchio del mondo, sorge nell’angolo più interno dell’Eyjafjörður, il Fiordo dell’Isola. Una ferita da 60 km di lunghezza che separa Siglunes e Gjögurtá, circondata da rilievi ora dolci ora più accentuati su entrambi i lati che presto lasciano il posto, sul versante ovest, a montagne più alte che preludono alla penisola di Tröllaskagi. A ben vedere, ad Akureyri non c’è poi moltissimo. Se escludiamo alcuni degli immancabili stabilimenti che lavorano il pesce, qualche piccola fabbrica ed un pugno di strutture turistiche, restano soltanto le pittoresche case degli scarsi abitanti, rigorosamente in legno, le facciate dipinte del consueto rosso nordico (tanto usuale in Danimarca) mentre sui tetti prolifera una soffice coltre di muschio di un verde brillante. E, ancora, i bassi palazzi che ospitano, rispettivamente, uffici ed aule della locale Università oltre ad uno dei più prestigiosi licei della Lýðveldið Ísland (Repubblica d’Islanda).

Il porto di Akureyri (fonte: wideview.it).

Sorvolando sulle due compagini calcistiche locali, il KA Akureyri della serie cadetta ed il più blasonato Þór Akureyri che senza accanimento eccessivo si accaparrano il sostegno dei cittadini, si potrebbe pensare che i 390 km che separano il paese dalla capitale non siano poi un’enormità. Eppure, complici le immortali solitudini artiche e le poche reti stradali presenti, alla fine risultano più che sufficienti per fare di quello che altrove passerebbe per un timido villaggio costiero un capoluogo in piena regola. Ma ad Akureyri non si sta poi così male. In fondo, primavere ed estati sono miti, ed il migliaio di ore di insolazione registrate ogni anno – un record per gli standard vigenti nell’isola – bilancia a perfezione la rigidità invernale, che invece dispensa neve a più non posso. Il clima, insomma, è relativamente temperato. O almeno lo è abbastanza da consentire ad alcuni volenterosi dell’amministrazione locale di progettare e realizzare una serie di giardini botanici, ad oggi ciliegine sulla torta di una città che tutti gli islandesi ricordano soprattutto per la spaventosa prossimità con il circolo polare artico, tanto da arrivare ad indicarla, affettuosamente e senza troppa fantasia, come Città del sole di mezzanotte.


Ed è proprio questo motivo che spinge molti turisti a visitare la capitale dell’Islanda del nord. L’archetipo del tour ad Akureyri raggruppa quattro giorni di escursione-tipo. Sulle tracce delle suggestive Luci del Nord con partenza da Reykjavik, volo da 40minuti fino alla città portuale, alloggio nella Skjaldarvík Guesthouse, ad una decina di minuti dall’abitato, e pick up notturno alla volta delle campagne che, ben più silenti dell’abitato, consentono al turista di concentrarsi meglio sul cielo e sulle sue singolari, spettacolari anomalie sceniche. Seguono avvincenti esplorazioni dei suggestivi abitati, pantagrueliche abbuffate negli immancabili caffè, bistrot, ristoranti, addirittura il battesimo delle nevi per gli amanti di sci che abbiano la ventura di battere queste piste nei mesi invernali. Per gli amanti del trekking puro, visite al lago Myvatn, alla collezione edilizia delle case tradizionali note come Laufas Farm Museum o alle sagome tetre del Dimmuborgir, coi suoi piloni lavici che hanno fatto da sfondo a tanti dei racconti che popolano le locali saghe. Si chiosa con ritorno alla capitale per ultima tappa di shopping sfrenato prima della partenza.

1. Lily fairy, dipinta nel 1888 da Luis Ricardo Falero (fonte: wikipedia.org).

Tutto sommato, tra laghi e spettacoli atmosferici e banchetti e hotel di lusso non sono poi troppe le menzioni che finiscono per essere rivolte al rinvenimento, proprio in quest’area, di un’antica scultura del dio del tuono caro alla mitologia norrena, Thor. Una riproduzione di squisita fattura, che ad oggi fa bella mostra di sé tra gli espositori del Museo Nazionale di Reykjavik. Altrettanto modeste sono, poi, le indicazioni circa il locale museo del folklore, o quelle che riguardano la David House, casa del poeta ottocentesco David Stefansson ancora arredata con le suppellettili originali, o la chiesa madre, tanto onnipresente nel panorama locale da essere divenuta praticamente una colonna portante dello sfondo cittadino.

Ma c’è qualcosa che riceve un’attenzione ancor più flebile in questo paese che brilla di alfabetizzazione e democrazia. Documento alla mano, Helgi Hallgrimsson ha poco meno di 50 anni. A dirla tutta, in effetti sembra più giovane della sua età, molto più giovane. Merito del clima freddo, sostiene lui. Ha il viso imperturbabilmente sereno. Non fa una piega nemmeno quando, da serioso Direttore del museo di storia naturale della regione quale è per vocazione da almeno un decennio, comincia a raccontare le storie di quelli di sotto. Racconti che gli sono stati riportati da altri, e che dunque non ha potuto verificare in prima persona, ma sui quali non riesce a nutrire dubbi eccessivi. Perché i testimoni, quelli che gli hanno raccontato, e giurato, e giurato nuovamente sulla veridicità delle loro parole, sono persone oneste, posate. Professionisti e cittadini esemplari di Akureyri, eppure portatori di fatti scomodi, che non troverete in nessun libro di storia patria, in nessun giornale, in nessun notiziario. Hanno incontrato il Piccolo Popolo. Le Fate. Gli spiriti elementari che proteggono i luoghi a loro più cari, costi quel che costi. Sempre, contro chiunque. Il luogo più importante di Akureyri è quello che dà da mangiare alla fetta più consistente della sua popolazione. Il porto.

Un gruppo di rocce a Hliðskjálf. Secondo i locali, si tratta delle case dei Troll

1. Un gruppo di rocce a Hliðskjálf. Secondo i locali, si tratta delle case dei Troll (fonte: chiff.com)

Nei primi anni Sessanta le strutture fatiscenti dei vecchi moli, ai quali sono stati ormeggiati negli anni i pescherecci che hanno rifornito il mercato e buona parte dell’Islanda del nord, sono ridotti ad un cumulo di assi di legno massiccio in degrado. Mentre le travi marciscono senza sosta ed i metalli che le tengono insieme si sgretolano divorate dalla salsedine perenne, l’amministrazione prende una decisione epocale. Ritagliare un’altra fetta di spazio per un nuovo porto, strappando il suolo al dominio eterno delle rocce laviche che punteggiano la costa. Alle squadre di operai che vengono incaricate di eseguire i lavori viene concesso ampio mandato. E parecchi chilogrammi di dinamite per far brillare le pareti di pietra che limitano le possibilità di crescita dell’approdo cittadino. E’ il 1962 quando i team entrano in azione. Esaminano la zona, vagliano i terreni e visionano i progetti. Poi sistemano le cariche e si posizionano a debita distanza in attesa della deflagrazione. Ma non accade nulla.
Possibile malfunzionamento dei meccanismi di attivazione, è il verdetto. Si riprova, controllando e sistemando nuovamente l’attrezzatura. Ma il secondo tentativo non ha sorte migliore. Nessuna esplosione. Le rocce di Akureyri non si toccano. Dopo vani tentativi succede qualcosa. Un paio di operai incappano in incidenti di percorso e finiscono dal medico. Ossa rotte, contusioni, una commozione cerebrale addirittura. Alla frustrazione subentra un certo scoramento per quel compito che sembrava tanto semplice ed invece finisce per dimostrarsi epico. Neanche si stia lottando contro il destino. Come se qualcuno non volesse che i lavori vengano portati avanti. Un giorno al cantiere inutile fa la sua comparsa un ragazzo. Si chiama Olafur Barldursson, ha una ventina d’anni ed una strana storia da raccontare. Ad Akureyri ci sono le fate. Che non ammettono alcun disturbo. Men che meno dinamite, scavatrici ed esplosioni. Gli operai se la ridono, chi più discretamente, chi senza freno. Ma passa un giorno appena ed un altro operaio fa una brutta caduta sulla roccia, scivolando da fermo e giocandosi un femore. Altre due cariche fanno cilecca, mentre un trapano da pietra si inceppa pochi minuti dopo essere stato messo in funzione. Strano, pensano tutti, ma nessuno commenta. Al secondo giorno, il bilancio del cantiere è a metà tra la commediola fallimentare ed il bollettino di guerra spinto. Cariche inservibili.

Macchinari distrutti. Operai rispediti a casa in barella. Il capo-cantiere fa rapporto, e la magistratura va in cerca dello strano Baldursson e della sue singolari storie di fate. Sospettano che ci sia lui dietro le disgrazie dei lavori, provetto sabotatore di un cantiere scomodo, magari ambientalista tanto sfegatato da progettare un’operazione di contrasto in grande stile per un atto di vilipendio nei confronti della natura. Ma Baldursson non solo è assolutamente reperibile, adduce perfino prove inconfutabili della sua assoluta estraneità ai fatti. Mentre i lavori vengono funestati dalla serie più impressionante di contrattempi mai vista, il ragazzo è sempre altrove, ed in compagnia per giunta. Interrogato circa il Piccolo Popolo, non cambia di una virgola la sua versione. Tra le rocce del cantiere vivono le fate.

Ed a loro non va giù che si rovini la loro casa. Forse Olafur può fare da intermediario tra umani e spiriti elementari. Forse lui può convincere la Piccola Gente della bontà dei propositi dei cittadini. I magistrati, tra il serio ed il faceto, lo assecondano. Anche perché non trovano nulla nel suo vissuto che possa suggerire infermità mentali, dipendenza da stupefacenti, disturbi di qualsivoglia natura. Baldursson sparisce nuovamente. Va a convincere le fate, dice lui. Il giorno successivo torna, felice. E’ riuscito a parlare con loro. I lavori possono ricominciare. Il cantiere riapre, e stavolta non accade nulla. Non un guasto, non un incidente ai mezzi o al personale. Sembra soltanto un fatto strambo, una coincidenza o magari il frutto di una serie di casi fortuiti. Tanto singolare che la popolazione fa in fretta a dimenticare il tutto. O almeno a rimuoverlo, finché venti anni dopo il Ministero Nazionale dei Trasporti ordina nuovi lavori nell’area. L’obiettivo questa volta è realizzare una nuova arteria stradale che perfezioni i collegamenti terrestri di Akureyri. I lavori vengono affidati ad un’équipe di noti costruttori islandesi, che ha alle spalle il merito di aver innovato la circolazione stradale in tutta l’isola. Ma il progetto va ancora una volta incontro ad una serie infinita di incidenti più o meno seri. Così, quando l’ennesimo rapporto del capomastro riporta un elenco sterminato di operai improvvisamente affetti da sindromi sconosciute, scavatrici guaste o inservibili o ritardi clamorosi nell’iter delle operatività, gli unici a non stupirsi sono propri i magistrati del villaggio.

Che ricordano gli strani fatti avvenuti proprio nell’area nell’ormai lontano 1962, quando si cercò per giorni di scavare il nuovo porto mentre un’infinità di sciagure si abbattevano sugli operai al lavoro. “Personalmente, credo che coloro che vedono fate e persone minuscole dovrebbero farsi visitare agli occhi” commenta Thor Magnusson, che di mestiere fa il custode della sezione Antichità del museo di storia locale diretto dal serafico Hallgrimsson. La sua è un’opinione che ad oggi viene certo condivisa da molti islandesi. Ma esiste un’altra fetta della popolazione che, se non altro, è disposta ad ammettere che la scienza, pur con tutto il suo portato di progresso ed innovazione, senso pratico e smaliziate visioni del cosmo e della natura, non sia ancora in grado di padroneggiare tutto ciò che accade sotto la volta celeste. Sono i figli ed i nipoti dei tanti che, complice il crepitìo soffocato del focolare che illuminava fino a qualche decennio fa le ovattate ed interminabili notti artiche, evocavano ancora ed ancora, sera dopo sera, le storie della memoria nazionale. Saghe del passato più recondito di un’isola in cui il moderno si trova suo malgrado a convivere con un retaggio assolutamente vivido.

Quello dei miti imperituri in cui razze e generazioni di Fate ed Elfi popolavano la terra, in età ancestrali nelle quali l’uomo altro non era che un labile pensiero nella mente di Dio. Vuole la leggenda, ad esempio, che nei giorni dorati del Paradiso Terrestre, Eva avesse già partorito molti dei figli di Adamo quando l’Onnipotente si recò a farle visita per conoscerne la progenie. Attardatasi nelle abluzioni dei primi, la biblica donna non potè fare altro che nascondere i rimanenti, ancora sporchi, non appena Dio le si presentò di fronte. Fu così che il Creatore riuscì a riconoscere solo una parte dei bambini. Quelli che in seguito divennero uomini. Gli altri, che tra l’altro costituivano la parte più numerosa dei nati dalla coppia, vennero invece frettolosamente nascosti. Quando Dio chiese ad Eva se tutti i suoi figli fossero al suo cospetto, la donna non esitò a mentire, attirando su di sé la divina collera. “Come tu hai nascosto i tuoi figli alla mia vista, così essi rimarranno per sempre nascosti alla tua” fu il laconico commento che l’Onnipotente le rivolse prima di girarle le spalle e tornare tra le alte sfere. Privati del conforto di Dio e condannati dalla volontà celeste all’eterno oblio, i figli sottratti da Eva e puniti dalla sua stoltezza divennero capostipiti delle razze sotterranee. Elfi e Fate. Pur se suggestiva, si tratta dell’ennesima, diafana leggenda. Che tuttavia ci restituisce appieno il senso forte di quella liminalità che si respira in terre di frontiera come l’Islanda. Angoli di mondo nei quali molte e singolari cose possono ancora accadere. Ed in cui, soprattutto, l’uomo non sempre ha il beneficio l’ultima parola. La terra di Akureyri insegna.

Simone Petrelli

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