Il caso Menichelli

Maria sta ritta in piedi tanto da sembrare più alta, o appena un po’ meno minuta del solito. Al centro esatto dell’aula, con poche spanne che la separano dalla cattedra sistemata alla buona di fronte alle seggiole sulle quali si assiepano i ragazzi, mantiene le palpebre ostinatamente serrate. Perfettamente immobile, si potrebbe quasi pensare che non c’è proprio, che non è là, che non esiste. Ma parla, e quando inizia a snocciolare quelle parole non finisce più per parecchi minuti. Almeno finché non sopraggiunge la stanchezza, e le gambe le si fiaccano e la resistenza viene meno. Finché le forze non l’abbandonano del tutto, e con esse gli spiriti che si infilano nel suo corpo. Perché Maria, Maria Bocca, è una formidabile medium, di quelle che invece di limitarsi ad interloquire con i morti riescono ad entrare in sintonia con l’oltretomba tanto bene e tanto a fondo da finire vittima di trance interminabili. Trance nelle quali riporta frasi e richieste e preghiere dei morti del paese, di gente che tutti hanno conosciuto ed incontrato almeno un paio di volte nella piazza principale, e che oggi non sono più che un timbro di voce, quello identico, che la donnina ripropone in maniera assolutamente fedele.

Uomini e donne del posto, parenti degli studenti che sono vissuti fino a poco prima nei paesini della provincia e che hanno trovato la loro fine nelle ore più buie della guerra mondiale, magari, o tra i postumi che le reiterate privazioni hanno seminato nel loro fisico di scampati. Ai primi di settembre del 1950 l’Università di Camerino sta lentamente riguadagnando l’interesse della popolazione. Forse perché la gente è profondamente ansiosa di riprendere le abitudini di una vita normale, quelle che ha dovuto metter via in tutta fretta quando le armi hanno catapultato tutti gli uomini validi al fronte, per ingrassare da ultimo la terra. La Seconda Guerra Mondiale ha lasciato ovunque una gran ferita aperta, ma in Italia in particolare il dazio da pagare è stato infinitamente amaro. Fra reduci esauriti ed ex soldati nevrotici, fra testimoni annichiliti e persone comuni tramutatesi all’improvviso in pazzi furiosi, alla popolazione scampata si impone la necessità di capire la strage, di dare un senso all’orrore, di toccare con mano i confini dello scempio per covare il pensiero ardito che sì, anche la notte più fonda arriva soltanto fino ad un certo punto. Così, il corso di studi più gettonato a Camerino non può che essere quello di psicologia. Specialmente da quando c’è quel diavolo di un professore, Giuseppe Stoppolini pare che si chiami, che inframezza alla teoria più canonica dei memorabili excursus nell’occulto. E allora c’è fila, ogni volta che Stoppolini tiene una lezione, e fila doppia da quando il professore ha iniziato a presentare al suo pubblico il tema dei sensitivi. Da quando, per la precisione, si porta appresso Maria.

Anche questa volta, la Bocca tira fuori quattro o cinque voci note a tutti, e siccome si sta esaurendo in fretta Stoppolini sta quasi per chiudere e lasciarla riposare. Ma proprio in coda, la medium riprende mordente per un attimo, e dalla sua gola precipita sull’uditorio un lamento fioco di donna, che insiste a bloccare tutti gli astanti sulle sedie. Quella voce, non c’è dubbio, non può essere di Maria. E non appartiene a nessuna persona conosciuta, visto che invano i ragazzi si scambiano sguardi interrogativi tentando di dare un nome ed un’identità a quella flebile invocazione. “Sono nata Rosa Menichelli il primo luglio del 1900” recita la donna dell’Aldilà per bocca della medium. E subito prosegue quando morii ero Rosa Spadoni, come mio marito che era mancato prima di me. Entrambi siamo sepolti nel cimitero di Castelraimondo, poco lontano da qui. Vi chiedo soltanto di aiutare le altre persone, perché anche a loro potrebbe accadere la stessa cosa che accadde a me…” C’è un momento di silenzio perfetto tra il pubblico. Un lungo momento in cui il tempo sembra arrestarsi, mentre sia gli studenti che il professore cominciano a realizzare che quella lezione, se possibile, oltrepasserà ancora i canoni della normalità. Maria Bocca inizia a tremare visibilmente mentre raccoglie quel poco di energia che le è rimasta nelle viscere. Con gli occhi sempre ed ostinatamente chiusi si accosta alla scrivania, allunga una mano incerta per recuperare un minimo di saldezza mentre le labbra si dischiudono appena per lasciar sfuggire l’ultima frase. Due giorni dopo che fu stilato il mio certificato di morte, fui portata al cimitero e lì sepolta viva!” Quello che accade dopo è il rallenty dell’unico epilogo che nessuno avrebbe potuto prevedere.

Una panoramica di Castelraimondo (fonte: wikipedia.org).

Molti studenti si alzano in piedi ed istericamente guadagnano il fondo della sala, sconvolti, mentre presso la cattedra Maria Bocca implode, accasciandosi al suolo dopo aver lanciato un urlo tanto netto e sinistro da raggelare il sangue di tutti i presenti. Lo stesso, profondo brivido gelido che scuote la schiena di Stoppolini. Ma quello è il prezzo minore per chi scomoda l’Aldilà. E soprattutto, dietro quell’angoscia eterea si cela dell’altro. Forse, l’interrogativo più importante in tutta questa strana storia. Quanto c’è di vero nelle parole della presunta Rosa Menichelli? Così, mentre gli inservienti della facoltà si danno un gran da fare nel raccattare l’esanime Maria Bocca dal suolo polveroso dell’aula, sistemandola sulla cattedra e sollevandole le gambe affinché il sangue riprenda ad affluire generoso al suo cervello, Stoppolini sta già pensando a cosa fare dopo. In primis, verificare con la medium che quel contatto sia stato davvero tale. Perché in caso affermativo potrebbe costituire un’ottima prova della sopravvivenza alla morte. Poi, mettersi sulle tracce della Menichelli, che per quanto a suo tempo sepolta viva deve trovarsi in una tomba precisa nel cimitero di Castrimonno, come lo chiamano i locali.

Castelraimondo oggi ha poco meno di 5mila abitanti, ma all’epoca altro non era che un modesto paesino sperso nel maceratese, popolato da un pugno di anime che a stento traboccavano se costrette nell’antica cinta muraria tirata su in tutta fretta durante le vetuste guerre con i villaggi limitrofi di Matelica e San Severino al tempo dei guelfi e dei ghibellini. Vestigia di un passato illustre e suggestivo come i 37 metri della torre merlata del Cassero. E’ sempre stato un luogo frequentato Castelraimondo, visto che tra le colline che ne delimitano il territorio, poco prima che abbia inizio la quinta montana preappenninica formata dei Monti Primo, Gemmo e Crispiero, nel tempo hanno rinvenuto tracce risalenti a Mesolitico e Neolitico, oltre a reperti di epoca romana e del Basso Medioevo. Teatro di scontri intestini per tutta l’epoca rinascimentale, l’area fu falcidiata da terremoti notevoli tra il ‘700 e l’800, che rimodellarono l’abitato spianando la strada all’imponente risanamento edilizio del primo Novecento. Scomparse così sia la chiesa di San Bartolomeo che la cappella della Maestà, la mano dell’uomo ha lasciato in piedi tratti delle mura castellane, il Cassero che compare anche nello stemma del paese e la canonica parrocchiale di San Biagio. Ricostruita quasi del tutto, quest’ultima, quando nel 1906 un famelico incendio divorò gran parte delle sue strutture portanti, l’ornato interno e perfino gli altari, deturpando le opere d’arte che originariamente la rendevano il vanto del paese. A partire dai primi anni del ‘900, una considerevole attenzione è stata rivolta all’espansione urbana, proprio in direzione di Camerino.

Una Safety Coffin brevettata nel secolo scorso per evitare il rischio di sepolture improprie (fonte: bizzarrobazar.com)

Un obiettivo che ha significato all’atto pratico realizzare ex novo un Corso principale bordato di palazzetti in stile liberty. Lo stesso Corso che, il 13 settembre del 1950, viene percorso in tutta fretta da un manipolo d’uomini affaccendati, sudaticci, stranamente frettolosi. Sono studenti del corso di occultismo di Camerino, certo, ma anche Maria Bocca, che consuma la terra coi suoi passi minuscoli. E poi un tale Manfrini, fotografo assoldato per l’occasione, un paio di operai nei loro laceri completi da lavoro, tre ufficiali governativi ed un patologo dell’autorità sanitaria di Camerino, collega di Stoppolini, di nome Matteo Marcello. In testa, ovviamente, c’è il professore. Che nel frattempo ha compiuto le sue rapide indagini ed abbandonato l’ipotesi che si tratti di una montatura orchestrata dalla sensitiva. E che effettivamente, all’ospedale civile provinciale di Camerino, il 4 settembre 1939 è stato registrato il decesso di un certa Rosa Spadoni, 39 anni. Infezione da febbre puerperale, con conseguente compromissione della funzionalità cardiaca. Una donna che è stata sepolta proprio nella terra di Castelraimondo un paio di giorni dopo. E’ abbastanza per proseguire la delirante indagine. E’ sufficiente, soprattutto, per radunare un’équipe. Quella che procederà all’esumazione della salma di Rosa, considerato anche che i parenti più prossimi della donna sono morti, e che nessuno ha formulato alcuna opposizione in materia. Tomba numero 10, fila 47. La lapide c’è, e non sembra poi così difficile andare a cercarne la verità nascosta. Ma per quanto i due spalloni si diano da fare, sollevando palate di terra scura e rendendo la fossa sempre più profonda, ci vuole quasi un’ora per arrivare a raspare con il metallo sul legno della bara. Stoppolini si tuffa nella buca, inzaccherandosi da capo a piedi pur di far tacere quel tarlo che gli rovina i pensieri. Dopo undici anni di interramento, la bara è ridotta piuttosto male. Esposta alle intemperie del sottosuolo, è mezza rosicchiata dai vermi ed inizia a cedere. Ma viene comunque tirata fuori dalla terra, e finalmente si procede all’apertura. Nessuno ha ancora idea di quale orrore stia per affacciarsi sulle loro anime inesperte. Divelto il coperchio, la luce fa capolino all’interno del feretro e ne dischiude il segreto. Quel che resta di Rosa giace supino nell’interno della cassa. Il cranio è piegato a sinistra. Il braccio sinistro è ancora sollevato. Le ossa delle dita infilate in bocca, praticamente a ridosso della gola. E’ evidente che sono state morse a fondo, perché alcune dita sono tranciate tra una falange e l’altra.

Freneticamente strappate dal loro posto. Il medio e l’anulare – compresa la fede pesantemente corrosa – sono finiti in fondo alla gola. I capelli appaiono pesantemente scomposti, come se fossero rimasti impigliati tra le dita della donna mentre per quanto possibile si divincolava. Le ginocchia, invece, sono rimaste piegate, nell’ultimo disperato sforzo di aprire il sepolcro e guadagnare la luce. Ma il peggio è altrove. Sull’interno del coperchio, per la precisione. Profondi, paralleli graffi che hanno solcato il legno finché le unghie non hanno ceduto, e con esse l’ultima timida speranza di Rosa di aprirsi una via d’uscita nel terrore della sua morte in vita. Sepolta viva. Sudano freddo, gli uomini di Stoppolini, patologi compresi. Sudano anche mentre vergano con grafia incerta per l’emozione il comunicato ufficiale a chiusura della vicenda. “E’ del tutto irrilevante sapere come il professor Stoppolini sia giunto alla conoscenza dei fatti” si legge nella nota. “Dobbiamo ammettere con lui che Rosa Spadoni fu sepolta mentre si trovava in stato di coma, in assenza di percepibili segni di vita. E che si risvegliò nella bara quando era ormai troppo tardi per soccorrerla” chiosano. Rosa Menichelli non è morta su un letto dell’Ospedale di Camerino. Forse in coma, è stata dichiarata morta mentre galleggiava nella sua repentina catalessi. Dopo due giorni di oblio si è risvegliata. Ma era già troppo tardi. Prematuramente inumata. Condannata ad essere sigillata nel suo secondo e definitivo letto di morte, a rivivere ancora una volta il trapasso. Stoppolini è praticamente sotto shock. Ed il capitolo di Rosa Menichelli, malgrado tutto, non si è ancora concluso. Il 16 settembre, trascorsi appena 3 giorni dalla sconvolgente scoperta di Castelraimondo, Stoppolini raduna nuovamente il suo uditorio alla presenza di Maria Bocca. Stavolta sono loro a cercare di contattare Rosa, e la trance della sensitiva è relativamente più quieta. La sepolta viva si palesa per un attimo.

Edgar Allan Poe, leggendario autore noir di Baltimora autore del racconto Le esequie premature del 1844

Il tempo di ringraziare il manipolo per essersi invischiato in quella vicenda nera, e per esortarli a fare qualcosa per prevenire che altre tragedie come la sua abbiano a verificarsi ancora. Tanto che sembra essersi fatto ossessionare dal rischio della sepoltura errata. Inaugurando una campagna di sensibilizzazione per proporre una maggiore attenzione in fase di acclaramento dell’effettiva condizione dei defunti prima della loro sepoltura. Il professore ha raccolto il suggerimento. Indagato. E proposto stime a supporto di quello che è divenuto il suo chiodo fisso. Ha sostenuto che in Francia una persona su 500 verrebbe sepolta viva. Che nel Regno Unito sarebbero almeno 2700 le inumazioni improprie ogni anno. Che nella profonda provincia americana il preoccupante tasso inglese possa levitare raggiungendo la quota di un sepolto vivo su 50. Ma a sessanta anni di distanza non c’è traccia dei suoi materiali. Praticamente nulla. Oggi a Camerino c’è ancora qualcuno che, se interrogato in proposito, giurerà che sì, quel caso di prematura inumazione è realmente accaduto. Idem dicasi se si riuscirà a parlare con alcuni anziani di Castelraimondo. Ma al più si tratterà di testimoni indiretti. La stessa identità di Stoppolini è messa in serio dubbio da quando qualcuno ha sostenuto che, dopo un vaglio del corpo docenti attivo nell’accademia marchigiana in quegli anni, non era saltato fuori nessun professore con quel cognome. Anzi, sembra che tra i docenti uno Stoppoloni sia esistito, e che si sia davvero interessato di paranormale. Peccato che non abbia tenuto alcun corso di scienze occulte, anche e soprattutto perché professore di veterinaria. Così, mentre questa faccenda scatena echi sempre più profondi che rimandano direttamente ai racconti di una penna celebre di Baltimora, un certo Edgar Allan Poe, l’unica fonte di livello a trattare il caso al di fuori dell’Italia risulta essere Fate Magazine, una rivista per amanti dell’insolito che al ritorno di Rosa Menichelli dedicò un articolo “appena” 55 anni fa. Informazioni più precise, purtroppo, a tutt’ora non se ne trovano. Ma è proprio questo che ne fa una straordinaria storia di fantasmi.

 di Simone Petrelli

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