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Immagine materica e linguaggio


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#1 Oloccin

Oloccin

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Inviato 21 febbraio 2021 - 07:20

Premessa

L’attività della descrizione quanto dell’incidenza sull’esistenza è spesso traviata dall’implicita accettazione del centralismo umano. Descrivere in quanto proprietari di una sedicente identità scissa e autodeterminata influisce sulla veridicità di una qualsiasi affermazione, negando la reale appartenenza all’unità del macrocosmo da cui si deriva, e delle relazioni del miscrocosmo alle quali si appartiene. Denominare l’Essere come Natura, Mondo, Spirito, Materia, Dio, è un’enorme tautologia che si presta a relazioni subordinate alla loro stessa infinita mole, cui ramificazioni analitiche danno vita ad oggettivazioni frammentarie proprie del riconoscimento del particolare: come tutte le oggettivazioni frammentarie, anche l’uomo è un’astrazione nominale. Solo il ritorno delle analisi alla sintesi tautologica da cui tutto proviene è la reale scienza il cui ordine degli oggetti è dettato dalla prossimità dell’affezione del riconoscimento dello specifico, o oggettivazione.

Essere “padroni della propria volontà” significa scindere i nostri output dalle relazioni da cui dipende il sistema soggettivo, che certamente non è diviso in semplici terminologie come ego, volontà, immaginazione, memoria etc, finitezze che si amalgamano nelle descrizioni e si privano contemporaneamente l’una dell’altra. L’esistenza individuale è più facilmente descrivibile come una continua oggettivazione dell’indiviso nei confronti di movimenti deterministici che instaurano relazioni di coscienza per prossimità planari alla nostra immediatezza, e questa immediatezza è la realtà che si rende tale nella sfera apprensiva. Solo l’unità indistinta è auto oggettivata quanto oggettivante della totalità e delle sue estrinsecazioni.

 

Fenomenologia dell’immagine

“... il vissuto di fantasia, la cosiddetta rappresentazione di fantasia, è un dato fenomenologico.” (E.Husserl, fantasia ed immagine) Come il percepire è oggettivazione di un espressione ed di un’impressione, il soggetto percepente è oggettivato dall’ente che permette la relazione della percezione, ovvero l’Essere, qui frammentato in un’analisi partecipativa di particolari estrinsecazioni del mondo, scisse in un ricevente ed in un esprimente del dato fenomenologico. Secondo Husserl l’apprensione percettiva, che permette al fenomeno della manifestazione di essere in quanto se stesso, lavora in modo non dissimile dall’apprensione di fantasia, ovvero come la protensione a riconoscere identità secondo il paradigma dell’oggettivazione. Egli afferma che v’è differenza tra l’oggetto della fantasia e l’oggetto sensibile, che vengono esaminati come la scissione tra il contenuto e il tramite.

 

Sull’amorfo

Come da una finestra d'osservazione si possono appercepire le oggettivazioni, sfaccettature di un panorama, abbinando l'oggettivazione netta alla struttura della parvenza semantica propria dell'introversione, il corrispondente morfologico-visivo di un certo momento-durata giacente su, o meglio impresso da, ciò che definiremo intuire come amorfo, è intervallato per focalizzazioni (o messe a fuoco), le quali adottano una possibile apparenza morfologica. La forma riconoscibile è infatti una relazione morfologico semantica tra il soggettivo e l’articolazione oggettuale dell’individuazione percettiva. Il corrispondente morfologico, giacente su una certa posizione concepita, allenta i legami prescindibili del primo istante e si fa duttile sinolo causale dell’espressione casuale e, come la fantasia può operare in quanto sineddoche della coscienza, tale duttilità è espressione semantica impressa nel momento durata proprio della percezione metafisica del soggettivo. La memoria formale si specifica su stesso piano spaziale una delle possibilità duttile morfologica, mentre l’articolazione di differenti piani visivi può maturare un distacco dal sistema statico e sviluppare un’auto- formazione delle morfologie (come nella mutevole relazione dei dettagli o nella de-focalizzazione, ovvero nella posizione del fuoco visivo in prossimità o in lontananza rispetto al piano oggettuale). La forma ed il significato attribuito sono determinati dalla presenza del significativo soggettivo ed il significante oggettuale, qui distinti come il professato ed il professante. Questi al pari del momentodurata si possono dire cadenzati da semantiche simboliche subitanee, intervallate da impressioni ed espressioni. Il linguaggio formale nella forma amorfa è quindi un adeguamento della soggettività impressiva alla possibilità semantica del simbolo, la quale giace o sul rapporto di significato, o sulla possibile pareidolia, o su entrambe le possibilità sovrapposte, o ancora sulla forma svincolata dal significativo - qual ultima possibilità incarnata nell’avvicendamento di forme private della speculazione della coscienza.

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Soggetto 1 osservazione prima
Una lastra su cui ogni goccia lasciava impressa un’impronta. Muovendo lievemente lo sguardo si possono notare delle leggere alterazioni o ondulazioni del campo visivo della superficie. Cambiando piano focale, in questo caso allontanandolo, si verifica un lieve schiarirsi della sezione bassa del foglio, con una forma rettangolare nel centro. Concentrandomi nella porzione in basso a sinistra, defocalizzando piuttosto che indagando i dettagli, o viceversa, a seconda della funzione che andavo ricercando, ovvero far perdurare la forma ai fini della descrizione, un esporsi di una sezione percettivamente privilegiata descritta come un cerchio aperto innestato una forma toroidale che sorregge un cono sormontante una sfera. In altro caso a metà pagina un becco di un uccello che continua in una testa di drago, le cui nere sopracciglia si incurvano sopra la testa fino a formare corna, una delle quali si inserisce nella capigliatura di un viandante il cui mantello è formato dalle corrugazioni della fronte della bestia .

 

Come per le nuvole in movimento, le differenti focalizzazioni vengono sospinte all’oggettivazione da punti cardine più o meno evidenti e legati alla caducità della mimesi soggetto-oggetto. Come la mimesi può protrarsi nell’avvicendamento, tali cardini “durano” finché l’attenzione percettiva non è spostata su altri sinoli. Le morfologie cambiano dunque al mutare del momento-durata del percettivo, il quale si affianca all’immaginario momentaneo del soggetto-oggetto. Come vettore di movimento morfologico può essere la dinamica sensoriale, in questo caso la vista, e più specificatamente la focalizzazione oggettuale di piani spaziali e/ o forme congetturate, allo stesso modo a condurre le metamorfosi può proporsi qualunque estrinsecazione particolare dell’attimo presente proprio al soggetto, un richiamo di un’idea più o meno compenetrata, un tratto psicosomatico, una seconda percezione addizionata all’attenzione, come l’ascolto di musica o di un dialogo, un odore caratteristico etc. Così l'essere amorfo si può rivelare nella suo eclettismo sia nel visivo, che nei generici rapporti analitico-relazionali di un soggetto- oggetto. Nell'assenza della corrispondenza dei connotati biunivoci espressivi ed impressivi del presentarsi delle relazioni del soggetto oggettivante ed oggettivato il sinolo risulterà privilegiato di etimologie negative rispetto al momento-durata del giudizio estetico del soggettivo (o microcosmo identificativo).

 

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Soggetto 2 osservazione prima

Riposo lo sguardo sull’intero inquadramento. Dapprima l’attenzione si concentra sulle zone più chiare, le quali incerte nella loro posizione, dominano quando una parte, quando il centro, sotto forma di differenti parvenze. Una volta ripreso il controllo della focalizzazione pare che gran parte di queste metamorfosi siano cessate. Perpetuando il dettaglio da segno a forma posso notare una sagoma centrale, poi altre, disposte a cerchio con una certa profondità prospettica, per poi visualizzare lo stesso simbolo del cerchio “levitare” a mezzo busto rispetto alle sagome più o meno umanoidi. Battendo più volte le palpebre per poi quietare l’occhio, un profilo di una testa che ricopre un terzo della pagina, a bocca aperta, sembra parlare ad un orecchio visto di scorcio, dal cui interno esce un tentacolo. Poco prima di cessare l’osservazione, una candela, bianca di cera e di luce, e nera di fiamma, questa con una sfera bianca al centro, proietta raggi di sfera come ombre, in mezzo allo spazio circoscritto.

 

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Soggetto 3 Osservazione prima

 

Al centro dell’immagine, sotto la metà orizzontale -un po’ a destra- intravedo un volto austero, con occhi determinati ma riflessivi: lo associo a un capo guerriero dell’antica Grecia. Quasi in fondo alla tavola, sulla destra, si configura una sorta di Totem -simile a quelli dell’Isola di Pasqua- con occhi che guardano in direzioni diverse, coordinati con due nasi e due bocche, una aperta e l’altra chiusa. Con una diversa focalizzazione sparisce il guerriero e alla sinistra -ove prima era posizionato- vedo una testa di leone. Con ulteriori diverse messe a fuoco spariscono vecchie visioni e ne emergono di nuove. Sono tematiche che non ho approfondito, ma - con molta approssimazione- se ne potrebbe dedurre che le letture di queste immagini non solo sono fondamentalmente soggettive, ma che sono in funzione del particolare stato d’animo e delle diverse messe a fuoco di un medesimo soggetto che associa, dissocia, elabora e di nuovo associa, dissocia, rielabora...e “vede” cose diverse...

 

Per amorfo si deve intendere dunque ciò che è di mutevole oggettivazione. Come la metamorfosi dell'oggettivazione è durevole o caduca a seconda dell'osservazione di piani morfologicamente incerti, la percezione di un detto “conosciuto” segue l'appartenenza dell'azione contemplativa del detto microcosmo, la quale si adagia o sulla precedente informazione o su un rapporto mutevole dell'oggettivazione animata dell'effettualità dell'esistenza nei suoi differenti piani oggettivanti ed oggettivati. L'estrazione cosciente, se vogliamo dialogica, del rapporto (s)oggetto-oggetto, viene così rappresentata dalla percettività in relazione direzionale in ambo i versi dell'oggettivante ed dell'oggettivato, sgorganti nel momento-durata della reiterazione ciclica-spirale del microcosmo particolare. Il lato oggettuale dell'immagine può essere dunque tanto interno (come un ricordo o una fantasia immaginativa) quanto esterno. Presupponendo una possibilità esperitiva del possibile microcosmo tendente all'infinità delle potenzialità dell'effettualità “oggettuali e soggettive”, intuibile come un punto senza confini dalle infinite possibili centralità (queste non necessariamente concernenti tale totalità) il dialogo tra un (s)oggetto ed una forma può portare all'infinita presentarsi della particolarità, relazione postulata dalla verità reale nel momentaneo “apparente” della presenza delle generalità nelle loro estrinsecazioni. Sulla Verità Subordinante Descrivere un idea significa delimitare in una specifica oggettivazione la vastità dell’appartenenza alla propria generalità, o indeterminazione della fonte concettuale. L’idea infatti si esprime, ma non è chiudibile in una sua qualsivoglia estrinsecazione. Dispiegare un’idea è come esteriorizzare una fede (pregare), analizzare un’idea è come edificare i dogmi di una religione. Per tale motivo i cardini di un macrocosmo possono essere solo indeterminati e coesistenti, determinanti ramificazioni modali o di specie, ed intuibili attraverso pensieri sintetici e non analitici. La logica appartiene al fenomeno, l’unificazione delle parti alla metafisica. L’aderenza della verità alla realtà è un fattore determinato dal dispiegamento di un ente universale (macrocosmo) in differenti estrinsecazioni particolari (microcosmi). Dal punto di vista universale la realtà è l’esistenza della verità; dal punto di vista del frammento la verità è l’esistenza della realtà. Questo è vero se per verità è individuata la legge statica che afferma la sussistenza della realtà. Radicalmente attribuita alla realtà è la condivisibilità delle esperienze dei diversi microcosmi, non tenendo conto che per il particolare differenti verità subordinanti implicano diverse esistenze. Un microcosmo si dice tale quando scinde se stesso dalle infinite leggi che lo permeano, come nella putativa analisi tra una pietra e la montagna a cui appartiene. Come per il macrocosmo, la realtà del microcosmo è una ramificazione di relazioni, tendente alla moltiplicità subitanea e/o dispiegata dei rapporti identificati in specificità estrinsecate o in generalità. L’inerzia di una struttura reale è detta vera quando è aderente alla sovrapposizione della legge subordinante ed il fenomeno attiguo, ed è detta propria del microcosmo quando il fenomeno è riflesso nell’identità estrinsecata ed incidentata. L'essenza del rapporto cosciente dell'immediatezza è emanata dal continuo presentarsi di forme, declinate secondo la partecipazione dell'essere in estrinsecazione. L’indeterminato è fonte di possibilità in misura in cui la sussistenza della stessa non sia negata. La forma amorfa è culla dell’oggettivazione libera come la necessità delle contingenze sia identificata in morfologie cognitive adattatesi al rapporto soggetto-oggetto. Il sinolo è solitamente durevole in misura in cui lo stesso non sia superato da altre forme o dalla materia duttile (ad esempio le nuvole), e tale superamento può essere tanto esterno (vento o cambiamenti di luce) quanto interno (relazione auto-riflessiva o flusso di coscienza). Il significato del macrocosmo è impresso sull’atto in potenza dell’amorfo in quanto estensione della possibilità fenomenologica nel frammento singolo: secondo relative restrizioni come l’uso dei sensi o dell’introversione dell’ego si può esperire la manifestazione del fenomeno proteso verso la sua infinita possibilità di oggettivazione. Concorre nel condurre quest’ultima la necessità di posizionare tale esperienza in un settore adeguato del carico della coscienza: che sia posto come occasionalismo o come determinismo serrato, il suo scopo è quello di ampliare la possibilità del conoscere alla sfera della sapienza, qui distinti come evento accaduto e significato acquisito. L'essenza del rapporto cosciente dell'immediatezza è emanata dal continuo presentarsi di forme, declinate secondo la partecipazione dell'essere in estrinsecazione. Se ad esempio, come principio cardine di verità reale della realtà dell'esistere stipulante l'infinita fenomenologia in ogni sua declinazione, esattamente come l'effettivo prevede in se l'armonia della sussistenza della possibilità in estrinsecazione, in quanto l'esistenza stessa, della sussistenza della possibilità del movimento dell'infinito e delle sue particolarità, è bene, sia posto il bene come ramificante delle relazioni ottimali – o giuste - delle relazioni, il bene sarebbe un attuarsi continuo di se stesso, un movimento proprio cardine di infinità, come del resto lo sarebbe il relativo mutamento postulato ed essenziale del bene di ogni microcosmo, questo inteso come relazione delle relazioni contingenti all'incidenza di tale gruppo relazionale.

 

(1) Sul Macrocosmo e suoi microcosmi

 

Il Bene dell'Essere è l'esserci dell'Essere. Prima possibilità di frammentazione di questo macrocosmo è l'assenza, la possibilità dell'esser assenti dell'esserci dell'Essere, dunque la presenza dell'Essere declinata come essere assente, è l'esserci dell'essere assente: tale è la presenza dell'esserci dell'Essere nell'esserci dell'assenza. L'esserci dell'Essere oggettivatesi assente condivide dunque la costante iniziale del Bene, in quanto bene dell'essere assente è l'esserci dell'essere assente. L'esserci del Bene è dunque la sussistenza dell'esistenza dell'Essere, nell'esserci della presenza e dell'assenza. Questo binomio dell'esserci dell'Essere compresente come presente ed assente porta alla distinzione dell'Essere in differenti manifestazioni peculiari di se stesso descritte in rapporto della specificità, o ramificazione, bilanciata dall'esserci dell'Essere, manifesto in presenza ed assenza. L'essere particolare è quindi descritto dall'esserci dell'Essere nella propria presenza oggettivante, in tendenziale manifestazione, questa relativizzata dal divenire dell'unità specifica del momento-durata relativo alle proprie relazioni. Il Bene dell'essere particolare è dunque l'esserci dell'Essere ramificante e ramificato in microcosmo, qual tende alla propria presenza nelle relazioni che lo pervadono nel momento-durata. L'essere del microcosmo è l'esserci della presenza dell'Essere e della sua assenza nella successione del particolare, descritta dall'esserci dell'Essere in partecipazione dell'esserci dell'assenza e della presenza, ovvero nelle proprie estrinsecazioni. Nel momento in cui l'esserci del Bene sia l'essere del microcosmo, in quanto il Bene è sussistenza dell'esistenza dell'Essere, ogni relazione del suo estrinsecato condivide l'esserci della sussistenza dei propri frazionati in tendenziale unità delle relazioni ottimali specifiche del loro campo d'incidenza. Queste relatività dell'unità discerne l'incidenza relativa al proprio ambito di relazioni. Il non incidente ed il non incidentato restano come altro nella sintesi, attuato nel momento-durata, quest'ultimo oggettivato nella manifestazione specifica, la quale trova soluzione nel bene, o presenza in sè, attuata nel relativo per sè. Nel momento in cui due microcosmi in relazione non si riconoscano come unico microcosmo, la relazione tra i due segue le stesse dinamiche della presenza e dell'assenza dell'esserci dell'Essere, ovvero si stabilisce quali frazioni dei due microcosmi entrino fenomenologicamente in relazione, questa relativa alla presenza del bene specifico del momento-durata dell'estrinsecazione del Bene nel microcosmo della relazione in tendenziale presenza dei microcosmi nella loro relazione parziale o unitaria, sempre a seconda della tendenziale relazione ottimale. Tale bene specifico sarà condivisione delle relazioni incidenti di un microcosmo e delle assenze reciproche descritte dall'esistenza dell'assenza biunivoca del non partecipato in azione relazionale. Riassunto (1): L’essere oggettivante non prescinde dal microcosmo, bensì dalla sintesi della doppia tesi del macrocosmo in quanto dualismo non dicotomico tra ciò che è e ciò che permette la sussistenza, ovvero l’esplicazione delle ramificazioni. In quanto determinante ma non determinato se non dalla propria identità, il macrocosmo detiene in se la possibilità di mutamento tendenziale dei microcosmi dipendenti e la necessità dell’immobilità della propria struttura.

 

Ad esemplificare le nozioni pratiche ti tale organismo

 

Primo esempio: l'incidenza Se un microcosmo incide su un qualsiasi apparato ad esso intervenuto come esterno, la possibilità di emancipazione della non confacenza è dettata dalla parvenza dello stato incidenziale fenomenologico. La struttura primaria fa dipendere tale incidenza dalle nozioni di frazione del paradosso di nullità della negatività, in quanto viene negato solo ciò che nega l'affermazione dell'affermazione, ed in quanto viene affermato ciò che afferma la negazione della negazione. Traguardo del microcosmo vitalistico è la suggestione delle parti in attrito fino alla resa delle adempienti lo sforzo di nullificare l'attesa della relazione ottimale, o sussistenza reciproca delle analisi sintetiche, o frazioni in collaborazione subordinate il sottosuolo dell'emancipazione della negazione della sussistenza stessa, ovvero l'esserci dell'essere.

 

Secondo esempio: la coscienza Lo stato di demarcazione della differenza tra la coscienza e la conoscenza è influito dalla verità subordinante l'effimera compiacenza di essere alienati da un compendio falsificato da un netto che non sia assoluto, come il microcosmo si attua in successione di elementi pragmatici all'immediatezza della prossimità senza affannarsi a delegare la struttura conscia dalla chiarificazione delle ramificazioni dirette dalla sostanza stessa: il Macrocosmo del Bene. Questo infatti legittima la conoscenza in quanto immediata frazione di una coscienza più ampia, tanto vasta da raggiungere la possibilità infinita, tendendo alla sussistenza e dell'infinito, e delle possibilità, e del rapporto di queste possibilità, sempre dettato dalla relazione ottimale, ovvero la dimestichezza a valutare la spontaneità come surrogato non della coscienza della spontaneità come organismo privilegiato, ma della coscienza del Bene come asse indotto della bilancia pesi quali l'azione incidente e la ritenzione futura di tale propositività reiterata a misura canone.

 

(2) Sul Macrocosmo e suoi microcosmi

 

Il Bene (o sussistenza) del Sistema dei corpi è il relativo corpo unitario ed immanente. Prima possibilità di frammentazione di questo macrocosmo è l'assenza del sopragruppo unitario, la possibilità della relativa immanenza del sistema dei corpi come corpo tendenzialmente frammentato, dunque la presenza del corpo unitario immanente declinata come assente, è il sistema dei corpi frammentari sintetizzati in quanto scissioni specifiche delle ramificazioni particolari: l’esserci del corpo unitario ed immanente nella propria tendenziale frammentazione è presente nel suddetto sistema ramificato, ovvero nelle particolarità distinte in cui il sistema si estrinseca in modo tendenziale, in quanto ogni frammento è un successivo sotto e sopragruppo unitario. L'essere corpo frammentario e sintetico del sistema dei corpi oggettivatesi come corpi specifici relativi condivide dunque la costante iniziale della sussistenza del corpo generico sistematizzato, poichè il sussistere del Sistema dei corpi è la sua immanenza in quanto relativo corpo unitario. L'esserci del sistema dei corpi è dunque sussistenza biunivoca dell'esistenza del corpo unitario e del suo apparato, sistema ramificato e corpo sovrapposto, in questo esserci della sua presenza – macrocosmo - e della sua frammentazione – microcosmo, o oggettivazione della specificità - declinata come relatività dell’oggettivazione immanente. Questo binomio dell'esserci nell'immanenza compresente come corpo relativo e/del sistema dei corpi estrinsecati porta alla distinzione del corpo in differenti manifestazioni peculiari di se stesso descritte in rapporto della specificità immanente, bilanciata dall'essere del sistema dei corpi, manifesto in corpo unico, universale o particolare. Il sistema relativo al corpo particolare è quindi descritto dalla sussistenza del Corpo nella propria presenza oggettivante, in tendenziale manifestazione, questa relativizzata dal divenire della sintesi specifica del dispiegamento relativo alle proprie relazioni condizionate e condizionanti. L’essere del corpo specifico è dunque la sussistenza del sistema dei corpi ramificante e ramificato in corpo relativo unitario, qual tende alla propria presenza nelle relazioni che lo pervadono. L'essere del corpo relativo è l'essere della presenza del sistema dei corpi e della sua assenza nella successione del particolare, descritta dalla sussistenza del Corpo come relazione dell'assenza e della presenza del gruppo relazionale, ovvero nelle proprie relative estrinsecazioni analitiche e sintetiche. Nel momento in cui l'esserci del corpo unitario sia l'essere del microcosmo, o specificità estrinsecata, in quanto il corpo unitario è sussistenza dell'esistenza del sistema dei corpi, ogni relazione del suo estrinsecato condivide la sussistenza della presenza dei propri frazionati in tendenziale unità nell’insieme o sottoinsieme delle relazioni ottimali (o sussistenze che non negano sussistenze – che non negano sussistenze) specifiche del loro campo d'incidenza. Si attua dunque l’inversione tra frammento e sopragruppo sintetico (microcosmo come macrocosmo), in quanto entrambi sintesi unificatrici centrate nello sviluppo della tendenziale successione analitica tra sistemi di insiemi e sottoinsiemi tesi tra gli estremi di universalità e particolarità. La dimostrazione per la quale il particolare si rende universale è implicita nella tendenzialità analitica protesa verso l’infinito dell’oggettivazione dal corpo sintetico relativo al sistema degli accorpamenti del particolare: vi è sempre un particolare più netto ed un universale più vasto, tanto che è l’oggettivazione a determinarne i limiti. Questa relatività dell'unità discerne l'incidenza relativa al proprio ambito di relazioni. Il non oggettivante ed il non oggettivato restano come altro dalla sintesi, questa determinata nel macrocosmo o nella manifestazione particolare, la quale trova soluzione nel bene, o sussistenza in sè, attuata nel relativo per sé, o inerzia della specificità. Nel momento in cui due corpi particolari, o microcosmi, posti in relazione non si riconoscano come unico sistema, la relazione tra i due segue le stesse dinamiche della presenza e della frammentazione del corpo unitario, ovvero si stabilisce quali ramificazioni dei due microcosmi siano sintetizzate come corpo sintetico o frammento estrinsecato, questo relativamente alla presenza della sussistenza del particolare nell'estrinsecazione della sussistenza del corpo unitario nel microcosmo della relazione, in tendenziale presenza dei frazionati nella loro relazione unificatrice o scissa, sempre a seconda della tendenziale relazione ottimale, o di sussistenza d’identità specifica. Tale sussistenza dello specifico sarà condivisione delle relazioni incidenti di un microcosmo e delle assenze reciproche descritte dall'esistenza dell'assenza biunivoca del non partecipato in azione gravitazionale.

 

Riassunto (2): Il corpo relativo ha il ruolo di intermediario tra il sistema dei corpi ed il suo protendersi verso specifiche particolarità o generiche universalità, così da rendersi plausibile all’atto della riflessione il quale altrimenti resterebbe sospeso nell’indeterminazione del corpo oggettivante (il sistema dei corpi stesso). La qualità della riflessione è data dal rapporto tra la generalità, o macrocosmo, e la specificità, o microcosmo, i quali sono distinti come i versi di una retta, l’uno diretto verso il particellare, l’altro verso l’agglomerato indistinto: possibilità di emersione del corpo relativo è la sua solidità in quanto oggettivazione estrapolata dall’indeterminato, valida come distribuzione tra l’analisi direzionata verso il frammento e la sintesi protesa verso stadi planari di qualità tendenti all’universalità.

 

(3) Sul Macrocosmo e suoi microcosmi

 

Il Bene (o realtà) del divenire è l'esserci dell’immobilità legislatrice (o verità) delle leggi fisse che sorreggono il movimento. Prima possibilità di frammentazione di questo macrocosmo è la duttilità dell’ente immobile, la possibilità d'esser diveniente delle leggi sostanziali al divenire, dunque la presenza dell’immobile declinata come diveniente, è l’immobilità della legge del divenire in quanto diveniente: tale è la presenza dell’immobilità del divenire nelle leggi divenienti. L'esserci dell'immobile oggettivatesi diveniente condivide dunque la costante reale iniziale, in quanto realtà del diveniente è la legge immobile che permette a quest’ultimo di divenire: in altre parole, “il divenire diviene” è la legge immobile del diveniente. L'esserci dell’immobilità è dunque la sussistenza dell'esistenza del divenire, nell'esserci delle leggi statiche e divenienti. Questo binomio del divenire compresente come statico e diveniente porta alla distribuzione del medesimo in differenti manifestazioni peculiari di se stesso descritte in rapporto alla subordinazione bilanciata dall’oggettivazione del divenire, manifesto in ente immobile e ente diveniente. L'ente diveniente è quindi descritto dalla realtà del divenire nella propria presenza oggettivante, in tendenziale manifestazione, questa sorretta dall’immobilità, nell'unità delle proprie leggi statiche e mutevoli. La legge del diveniente è dunque l'esserci dell’immobilità del divenire ramificante e ramificato in movimenti, quali tendono alla propria duttilità nelle condizioni che presentano il piano del diveniente come sorretto dalla sua subordinazione all’immobilità della legge che ne è causa, o alla duttilità delle leggi che ne sono l’effetto biunivocamente concomitante: le leggi mobili sono infatti sorrette dall’immobilità della legge referente e descritte dai fenomeni che ne sono l’effettualità. L'essere del movimento è l'esserci del divenire e della sua legge immobile nella successione del diveniente, descritta dall’immobilità in partecipazione dei suoi subordinati, ovvero nelle proprie estrinsecazioni divenienti. Nel momento in cui la legge immobile fosse medesima legge diveniente, in quanto l’immobile è sussistenza dell'esistenza del divenire, ogni relazione del suo estrinsecato condividerebbe la sussistenza dei propri movimenti in tendenziale unità delle leggi relazionali ottimali specifiche del loro campo d'incidenza, ovvero la sussistenza reciproca tra legge e applicazione della medesima. Queste relatività dell'unità tra diveniente e immobilità discerne l'incidenza relativa al proprio ambito di relazioni: il non incidente ed il non incidentato restano come altro nella sintesi, attuato nell’attimo coadiuvato, quest'ultimo oggettivato nella manifestazione specifica, la quale trova soluzione nel divenire reale, o presenza in sé immobile, attuata nel relativo per sé, o movimento particolare. Nel momento in cui l’immobilità e il diveniente in relazione non si riconoscano come unica legge, la relazione tra i due segue le dinamiche della presenza e dell'assenza della subordinazione, ovvero si stabilisce quali frazioni dei due enti entrino in relazione, questo relativamente alla presenza dell’immobilità nel sottogruppo dell'estrinsecazione del diveniente nel microcosmo della relazione in tendenziale presenza delle leggi e dei moti, sempre a seconda della tendenziale relazione di coesistenza delle proprie sussistenze. Tale sussistenza specifica sarà condivisione delle relazioni incidenti - tra un microcosmo (movimento e leggi divenienti) e il macrocosmo (legge immobile) - e delle assenze reciproche descritte dall'esistenza dell'assenza biunivoca del non partecipato in azione subordinata e/o subordinante.

 

(4) Sul Macrocosmo e suoi microcosmi

 

Il Bene (o struttura) del Tempo è l'esserci della temporalità. Prima possibilità di frammentazione di questo macrocosmo è l'assenza, la possibilità dell'esser assenti dell'esserci della Temporalità, dunque la presenza del Tempo declinata come essere atemporale, è la temporalità in quanto struttura atemporale: tale è la presenza dell'esserci della temporalità nell'esserci dell'atemporalità. L'esserci del Tempo oggettivatesi atemporale condivide dunque la costante iniziale della struttura temporale, in quanto struttura del tempo atemporale è l'esserci della temporalità atemporale. L'esserci della temporalità è dunque la sussistenza dell'esistenza del tempo, nell'esserci in quanto dispiegamento o immobile scenario. Questo binomio dell'esserci del Tempo compresente come temporale ed atemporale porta alla distinzione dell’attimo – o momento durata - in differenti manifestazioni peculiari di se stesso descritte in rapporto della coesistenza, o confacenza, stabilita dal tempo, manifesto in temporalità e temporalità atemporale. L'attimo è quindi descritto dall'esserci della temporalità nella propria presenza oggettivante, in tendenziale manifestazione, questa relativizzata dal divenire nell'unità specifica del momento-durata relativo al dispiegamento modale della temporalità. La struttura dell'attimo è dunque l'esserci della temporalità estrinsecante le modalità estreme di temporalità ed atemporalità, traducibili come successione di momenti-durata ed immobilità della struttura analitico/sintetica (succedente/universalmente immanente) del tempo– : in altre parole, una struttura temporale dispiegata in quanto frammenti durevoli o frammenti eterni (complessivi l’agglomerato della successione di durate o la sintesi immobile dell’eternità). L'essere del momento durata è l'esserci della presenza della temporalità e della sua assenza nella successione del particolare, descritta dalla struttura del tempo in partecipazione delle proprie estrinsecazioni. Nel momento in cui l’esserci del tempo sia l'essere dell’attimo, in quanto la temporalità è sussistenza del tempo e della sua manifestazione atemporale, eterno e caduco si sintetizzano in una durata infinita e racchiusa in una determinazione finita e circoscritta. Queste relatività dell'unità tra temporale (successione particolare) ed atemporale (eternità universale o temporalmente ferma) discerne l'attuazione dell’attimo relativamente al proprio ambito di relazioni: il contenitore ed il contenuto (struttura mobile e struttura eterna) restano in posizioni ambivalenti, sintetizzate nel momento-durata, quest'ultimo oggettivato nella manifestazione specifica, la quale trova soluzione nel bene, o presenza della struttura in sè, attuata nel relativo per sé, o attimo. Quest’ultimo è infatti comprensivo di durata e di eternità, sia in quanto frammento di un soprainsieme che in quanto universalità relativa di un sottoinsieme infinitamente ramificato.

 

Questi quattro paragrafi offrono un’impronta al sistema deduttivo della dicotomia descritta come unione delle due parti in una sintesi che veda la tesi non opposta all’antitesi, ma gia comprendente il proprio presunto opposto. L’articolazione di successive dicotomie è solo un’applicazione metodica dello schema proposto sopracitato. La doppia tesi che vede coadiuvatesi le idee manifestanti l’indeterminato ed il Bene sono oggettivazione desunta dall’assoluta possibilità (indeterminazione) e dall’assoluta sussistenza delle parti possibili (il Bene). La terzina proposta nel sistema dei corpi (paragrafo 2), ovvero sussistenza che non nega sussistenza - che non nega sussistenza, è il sunto del sistema del macrocosmo dell’esserci dell’essere. Il Bene è infatti ciò che permette libertà (possibilità) li dove non venga negata libertà, ovvero (paragrafo 2) stabilità li dove non venga negata stabilità; il concetto sta a fondamento delle proprie manifestazioni, le quali prendono valore sia dall’applicazione specifica, sia dalla fonte (meglio, sistema generalizzato) da cui emergono. Le parti sollecitate alla relazione sono così determinate dalla loro reciproca posizione ottimale, questa determinata dal confarsi della relazione alla sussistenza degli enti stessi, sia in quanto entità scisse, sia come ramificazioni di un macrocosmo, sia in quanto appartenenti al microcosmo della relazione. L’indeterminato è fonte di possibilità in misura in cui la sussistenza della stessa non sia negata. La forma amorfa è culla dell’oggettivazione libera come la necessità delle contingenze sia identificata in morfologie cognitive adattatesi al rapporto soggetto-oggetto. Il sinolo è solitamente durevole in misura in cui lo stesso non sia superato da altre forme o dalla materia duttile (ad esempio le nuvole), e tale superamento può essere tanto esterno (vento o cambiamenti di luce) quanto interno (relazione auto-riflessiva o flusso di coscienza). Il significato del macrocosmo è impresso sull’atto in potenza dell’amorfo in quanto estensione della possibilità fenomenologica nel frammento singolo: secondo relative restrizioni come l’uso dei sensi o dell’introversione dell’ego si può esperire la manifestazione del fenomeno proteso verso la sua infinita possibilità di oggettivazione. Concorre nel condurre quest’ultima la necessità di posizionare tale esperienza in un settore adeguato del carico della coscienza: che sia posto come occasionalismo o come determinismo serrato, il suo scopo è quello di ampliare la possibilità del conoscere alla sfera della sapienza, qui distinti come evento accaduto e significato acquisito.

 

Sull’inversione teoria-esperibilità

 

Come la teoretica deduce le fondamenta di una verità detenente la rappresentazione della relativa putativa realtà descritta, l’esperienza conserva in se le manifestazioni dell’ammissibile in deroga della sovrapposizione tra il possibile e l’immanente. Prendiamo in esame il metamorfismo visivo: esso contiene in se l’implicita tendenza a manifestare nell’esperienza il lato sovrasensibile del pensiero sotto forma di esteriorizzazioni estetiche; queste dipendono dallo scambio tra impressioni sensibili e astrazioni di differenti forme modali di interiorizzazione dell’apparato soggettivo. Da uno stato di coscienza si prescinde una manifestazione, come una manifestazione può far prescindere il mutamento di un’idea più o meno compenetrata. Questa ambivalenza dell’aprioristica della subordinazione tra immagine ed idea realizza su vertici complanari la simbiosi tra sovrasensibile e sensibile, che anche nell’immagine materica si adatta bene al detto “l’idea muta l’immagine e l’immagine muta l’idea”. E’ dunque inciso il dogma dell’appianamento tra mondo esterno ed interiorità, data la commutazione dell’incidenza di un mondo espressivo su di una coscienza ricevente, e di un soggetto che agisce sia sensibilmente che astrattamente su relativi piani di occasionalità. Tale occasionalismo diviene determinismo nel procedere di sistematizzazioni di contingenze sfocianti in metodologie pratiche. L’avvicendarsi di scambi tra il flusso di pensieri e l’immagine esteriorizzata mette in luce una sola differenza posta tra due stati della realtà soggettiva: l’inerzia di uno stato strutturale e la dinamicità dell’incidenza della caducità su tale struttura. Le sovrastrutture, l’una estetica esteriore, l’altra cognitiva individuale, individuano nel loro relazionarsi il divenire delle parti frapposte; come per un remo immerso nell’acqua, entrambe possono essere la causa del movimento della seconda, fino ad appianare il contrasto pregiudizievole del distacco tra sensibilità e pensiero. Si spiega ora un’esemplificazione della natura soggettiva posta come oggetto tra gli oggetti o, per annientamento della differenza, una natura soggettiva che si riscopre come totalizzante. L’atto del percepire e dell’immaginare sono identici, come l’atto dell’oggettivazione è identico all’azione di riconoscimento di un qualsivoglia soggetto. La procedura dialogica tra l’io umanizzato e l’io dell’oggetto perde la scissione netta tra le differenti identità, poiché il rapporto sensibile matura altresì soggetti nel mondo oggettuale sotto forma di scambi informativi reciproci. L’esempio delle tavole metamorfiche è l’esplicitazione di come un oggetto si renda putativamente oggettivante dello stesso io che ne apprende sensibilmente coscienza. Il mondo esteriore come quello dei frammenti individuali è una contemporaneità di azioni di relazione, attuate secondo l’ordine di prossimità incidenti. L’assistenza del dialogismo interno alla sembianza mobile è determinata dal discernimento relazionale tra dati naturali di oggettualità fisiche e immanenti, in quanto l’esistenza della totalità di tali dati prevede in se duttilità dello scambio relazionale in contigua determinazione delle parti in tendenziale dispiegamento dalla sostanzialità alle sue estrinsecazioni, le quali dovendo compenetrarsi della totalità delle possibilità investono il dualismo tra immobile diveniente e l’immanenza del caduco in veridicità consone la sussistenza della totalità stessa. Innanzi dicasi per la struttura di un sistema logico sintetico debba essere compenetrato di immediatezza irriflessa nell’attività inerziale.





#2 madmax

madmax

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Inviato 22 febbraio 2021 - 12:40

Perdersi in fini deduzioni per comprendere le logiche intrinseche del meccanismo percettivo umano è come speculare su cosa sarebbe se tutto fosse diverso.Purtroppo trova il tempo che trova sottolineare o speculare sull'incertezza le limitazioni e l'incapacità umana o perchè il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno o sulla validità della scienza e dei suoi dogmi.


"Significa una totale libertà. In questa libertà c'è un'enorme energia, perchè non c'è nessun conflitto, nessuna lotta. Nulla!"





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