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La leggenda della raccolta della giada, in Cina, lungo lo Yangtze


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#1 Usékar

Usékar

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Inviato 22 marzo 2020 - 03:13

Questo racconto dovrebbe precedere quello sulla nascita della giada, perché lo renderebbe più comprensibile.

Come l'ltro, è frutto dalla mia interpolazione e interpretazione di quanto scritto da differenti autori, che parlano della giada in Cina, come Fred Ward a pag. 13 di Jade, 1996, Joseph Needham a pag. 665 di Science and Civilization in China,  vol. 2, 2005, e Oscar Luzzatto Bilitz a pag. 31 di Antiche giade, 1996, che riprendono tutti, in maniera più o meno letterale, quanto scrisse Sòng Yīng-xīng (1587-1666)  nel Tiān gōng kāi wù , il suo trattato che riporta la descrizione delle antiche tecniche di estrazione e approvvigionamento di minerali, pubblicato dopo il 1637 (nella trad. in inglese di Sun & Sun, 1996, pp. 300 – 308).

Vista la data di pubblicazione di questo trattato, è probabile che riporti racconti leggendari che servivano a giustificare in tempi storici l’impiego di manodopera esclusivamente femminile nella raccolta dei ciottoli di giada dal letto dei fiumi del Khotan, nello Xinjiang Uyghur, in cinese Xīnjiāng Wéiwú'ěr Zìzhìqū, lett. Regione Autonoma Uigura della Prima Frontiera. In questa regione scorrono i due fiumi chiamati Karakash, (fiume della) giada nera, e Yurungkash, (fiume della) giada bianca, entrambi provenienti dal versante settentrionale del Kūnlúnshān, la catena montuosa che separa Xinjiang e Tibet.

Quel versante è ricco di vene di nefrite, la giada utilizzata dai cinesi sin dal neolitico fino al 1750 d.C.

 

Nella mia interpretazione e interpolazione, ho cercato di costruire un racconto alla maniera di un monaco daoista, discepolo di un maestro nelle grotte di Mogao.

Spero che il racconto sia di vostro gradimento.

 

Le vergini di Liángzhǔ e la pietre di giada.

 

Tra le montagne del Gansu, nelle grotte di Mogao, scavate dagli antichi Venerati e Saggi Maestri del Dao, la Via, la Legge alla quale si adegua tutto l’Universo, ancora vivono in povertà e meditazione alcuni Venerati Maestri, che praticano la Via assieme a pochi discepoli.

Chi scrive è uno di loro, un modesto e umile apprendista degli insegnamenti necessari per seguire la Via.

 

qualche immagine delle grotte di Mogao

https://www.google.c...iw=1707&bih=833

 

Una sera d’autunno, davanti al focolare che ci donava un po’ di tepore e ci difendeva dall’umidità dell’aria, che altrimenti ci entra nelle ossa, il nostro Venerato e Saggio Maestro ci raccontò una bella storia, che ci disse tramandata di Saggio in Saggio, attraverso i secoli.

Metto per iscritto le Sue Sante e Venerabili Parole, perché non vadano perdute.

 

Ecco il suo racconto.

 

<< Nel nostro grande e amato Zhōngguó, il Paese al Centro dell’Universo che i barbari dell’ovest chiamano Cina, c’è una terra che oggi chiamiamo Jiāngsū.

Essa è attraversata dal Cháng Jiāng, il Fiume Lungo che i barbari dell’ovest conoscono con l’antico nome di Yángzǐ Jiāng o Yangtsze Kiang e chiamano  Fiume Azzurro, perché le sue limpide acque riflettono il colore del Cielo. Dalla parte in cui sorge il Sole, Jiāngsū confina con il Grande Mare, nutrito dal nostro grande Fiume Lungo, che il Grande Mare ama immensamente, fino ad accoglierne la corrente tra le sue onde.

 

Molti e molti secoli orsono, nell’estremo orientale del Jiāngsū, là dove il Sole sembra sorgere dal Grande Mare, le cui acque sono alimentate da quelle del Cháng Jiāng, viveva un popolo che costruì grandi città di mattoni di fango.

Quel popolo e quelle città non esistono più, noi le conosciamo perché ci sono rimasti i loro luoghi sacri, le enormi piattaforme, sulle quali sorgevano altari che servivano per onorare e venerare gli Antenati, saliti al Cielo nel Běidǒu qīxīng, “le stelle della Coppa del Nord”, che i barbari dell’ovest chiamano Orsa Maggiore o Grande Carro, e le grandi e stupende tombe monumentali ricche di splendidi oggetti di pietra e di ceramica.

Gli uomini di quel popolo ancora non scrivevano e non sappiamo come chiamassero se stessi.

Noi oggi diamo alla loro società il nome di Liángzhǔ wénhuà o semplicemente Liángzhǔ, come essi chiamavano una città ormai perduta, il cui nome è stato tramandato attraverso i secoli.

A quel tempo, tanti secoli orsono, quelle genti veneravano una pietra particolare, quella alla quale noi diamo il nome di yù e i barbari dell’ovest quello di giada, e che ancor oggi teniamo in massima stima, seguendo gli insegnamenti del Grande, Santo e Venerato Maestro Kǒng Fūzǐ, che ci ha indicato la Via Maestra, trasmettendoci il Dao, e che i barbari dell’ovest chiamano Confucio.

Spero che la memoria mi soccorra e le parole escano fluenti dalla mia bocca, per potervi raccontare dove e come la trovavano.

Prestate grande attenzione al mio racconto, perché dovrete ricordarvi quanto vi narrerò, per trasmetterlo ai vostri futuri discepoli, se sarete tanto attenti ai miei insegnamenti e seguirete con concentrazione la Grande Via, il Dao, per diventare anche voi Venerati e Saggi Maestri.

 

il mercato della giada raccolta sui fiumi Yurungcash e Karacash, a Khotan

http://www.thesilkro...an jade (3).jpg

 

Le pietre di yù venivano trasportate dalla corrente del Fiume Lungo e si depositavano là dove esso incontra la grande pianura del Jiāngsū.

Laggiù, dove il Sole sembra sorgere dalle acque del Grande Mare, la corrente diventava meno forte, fino quasi a fermarsi, come se fosse stata esausta o avesse voluto far aspettare il suo innamorato, il Grande Mare.

In quel momento, quando il tumulto delle acque si tranquillizzava, le pietre, non più trascinate dalla corrente, scendevano verso il fondo del  letto del Fiume Lungo, stanche per il loro lungo viaggio, fermandosi a riposare nei punti in cui l’acqua era più bassa.

Infatti, per arrivare là dove il Fiume Lungo scorreva nei pressi delle antiche grandi città, che sorgevano vicino alle sue rive, le pietre rotolavano nella corrente per un tempo infinito e si stancavano molto.

 

L’antica gente adorava queste pietre perché esse avevano fatto un lunghissimo cammino, dalle lontanissime montagne alla foce del fiume, quindi certamente dovevano essere immortali, incorruttibili e possedere una grande carica vitale, dato che erano riuscite a sopportare un simile viaggio, pericoloso per tutte le altre pietre, che si spezzavano lungo il cammino, riducendosi a povera e polverosa sabbia o piccoli ciottoli.

Erano talmente resistenti, che anche percuotendole con forza, non si riusciva a romperle, le si poteva solo tagliare, sia pur con grande fatica e molto lavoro, con strumenti particolari, dei quali si è perso il ricordo.

Ci narra la tradizione che qualche artigiano si aiutava in questo lavoro con un unguento che rendeva la pietra molto tenera.

Ma io non credo che questo fosse possibile, sapete bene che nel corso del tempo, mano a mano che i racconti passano di bocca in bocca, ciascun narratore si sente in dovere di arricchire la storia con particolari sempre più incredibili, per attirare l’attenzione degli ascoltatori, come fa il cacciatore, raccontando della grandezza delle sue prede e della lotta che ha sostenuto per catturarle.

E quando le si lucidava, molte di queste pietre diventavano di un bel colore verde, il colore dell’acqua, il colore dell’erba e delle chiome degli alberi, il colore dei campi al germinare delle sementi, insomma, il colore della vita e del cibo.

Ma non era facile trovarle, in mezzo agli altri ciottoli e all’acqua, anche se bassa.

 

Una notte di luna piena, la più potente delle shamane di un villaggio vicino alla rive del Fiume Lungo fece un sogno, uno di quei sogni così intensi che sembra di essere trasportati in un’altra realtà.

Ciò che vide e visse in questo sogno le insegnò come cercare e trovare facilmente le pietre di yù che la corrente del Fiume Lungo abbandonava nelle sue acque poco profonde, vicino al villaggio.

 

Da allora, la raccolta delle pietre di yù avvenne come vi racconterò, cioè nel  modo che seguiva per filo e per segno il sogno della shamana.

 

Durante le sere che precedono le notti di Luna piena, la Grande Madre, la potente shamana chiamava a raccolta tutte le giovani donne vergini del villaggio, per  radunarle appena al di fuori di esso.

Allora, la shamana si incamminava verso la riva del fiume, fino a raggiungerla assieme alle vergini, che l’avevano seguita.

Esse si schieravano sull’argine, con la shamana davanti a loro, e attendevano pazienti i suoi segnali.

Quando il primo bagliore della Grande Madre iniziava a illuminare il cielo al di sopra dell’argine opposto, per invocare il suo aiuto la potente shamana iniziava a battere le mani e a cantare, ascoltando il ritmo del suo cuore. E tutte le giovani vergini la imitavano, battendo le mani e cantando con lei, al suo ritmo.

Non appena il disco della Grande Madre Luna piena era interamente visibile sopra l’argine opposto, la shamana dava il segnale perché le vergini si spogliassero completamente ed entrassero nelle basse acque del fiume.

 

O miei discepoli, sapete ormai tutti che l’energia scorre in due forme, yang, l’energia del Sole, maschile, che dà forza e calore, e yin, l’energia della Luna, femminile, che raffredda e indebolisce, ma è in grado di dare la vita.

Vi ricordo ancora, come vi è stato già insegnato, che l’ideogramma yang rappresenta “il lato illuminato della collina”, quello yin “il lato in ombra della collina”. L’uno non può esistere senza l’altro, ciascuno porta un po’ dell’altro dentro di sé e si attraggono reciprocamente.

Le pietre di yù sono cariche di energia yang, la Grande Madre Luna e le vergini sono cariche di energia yin. Attratte dall’energia yin della Grande Madre Luna, le pietre di yù cariche di yang  si muovevano nel letto del fiume e le giovani vergini le sentivano strisciare contro i loro piedi nudi, dato che anch’esse erano cariche di yin.

E allora non dovevano fare altro che chinarsi a raccogliere le preziose e adorate pietre.

 

Per secoli questa attività venne tramandata di villaggio in villaggio, attraverso la trasmissione della conoscenza da ciascuna shamana alla sua migliore discepola.

Finché un bel giorno non si trovarono più pietre di yù nelle acque basse del Fiume Lungo, le vergini le avevano raccolte tutte.

Allora, vennero mandati emissari a seguire le sponde del Fiume Lungo, fino a raggiungere il Kūnlúnshān, affinché essi raccogliessero le pietre di yù e le portassero a valle, nella grande pianura del Jiāngsū, dove sarebbero state lavorate e trasformate in oggetti preziosissimi.>>

 

Qui terminò il racconto del  Venerato e Saggio Maestro, perché, dove e come gli emissari raccogliessero queste pietre e le portassero nel Jiāngsū è un’altra storia, che Egli ci ha promesso di raccontare in futuro, se avremo dimostrato di essere stati veramente attenti alle Sue Sante e Venerabili Parole e iniziato a seguire attentamente e correttamente il Dao, la Via Maestra.

 


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