Etruschi: il popolo del mistero

Con una traiettoria storica ed evolutiva particolarissima, se solo si tiene conto del fatto che le cronache che ci restituiscono ad oggi il loro ritratto più certo, se accostate l’una all’altra, a stento giungono ad assommare un pugno di informazioni o poco più. Una gens misterica, insomma, sul cui conto gli scarsissimi dati storici si mescolano – ed in maniera inscindibile – con tutto ciò che nel tempo è stato semplicemente detto, pensato e sostenuto di loro.
Supposizioni ed ipotesi, certo, ed addirittura leggenda e mito. Se è vero che i loro fasti non giunsero al capolinea in concomitanza con il tramonto della loro potenza, e che buona parte dell’anima etrusca sopravvisse a lungo nella mentalità di chi, messi loro da parte, ereditò lo scettro della supremazia sulla penisola – il popolo romano – bisognerebbe concludere che i Rasna vivono ancor oggi, e non sono dunque mai realmente scomparsi. Ma questo è soltanto l’epilogo della vicenda.

Antico vaso etrusco magnificamente decorato

Nebbia ed incertezza di ben altro spessore contornano il mistero forse più grande e più discusso in proposito. Da dove veniva questo popolo? Cominciamo dall’ipotesi più semplice. Tirreni, li chiamano alcuni. Originari cioè della costa occidentale del Mediterraneo. Un modo articolato per dire autoctoni. Primo esponente di questa corrente fu, nel I secolo a.C., lo storico Dionigi d’Alicarnasso. Questi, vissuto al tempo dei fasti d’epoca augustea, menzionava il popolo dei Rasenna, originari dell’attuale Italia. Perfino un luminare del calibro di Massimo Pallottino ha recentemente dato man forte a questa ipotesi, evidenziando come la civiltà etrusca si sia formata in un luogo che non può che essere l’Italia centrale, e dunque in Etruria stessa. Allarghiamo il focus d’indagine. E consideriamo come uno stuolo di letterati classici, raccolto attorno alla corrente di pensiero inaugurata a suo tempo dallo storico greco Erodoto, vorrebbe il popolo etrusco scaturito dalla forzata diaspora di un gruppo di anatolici, esuli a causa di una grande carestia che nel XIII secolo a.C. avrebbe flagellato la loro terra natale. E’ press’a poco l’opinione espressa dal linguista Massimo Pittau, che si dice peraltro convinto dell’esistenza di un’affinità di fondo tra lingua sarda ed etrusca, tale da ricondurre entrambe all’antica lingua lidia.

Gli Etruschi, insomma, potrebbero provenire dalla Lidia. Passando in primo luogo per la Sardegna, laddove gli esuli avrebbero disposto di un arco temporale di quattro secoli per dare origine alla civiltà nuragica, prima di dirigersi alle coste tirreniche dell’Italia centrale, dove quella che sarebbe stata in seguito definita come civiltà etrusca si sarebbe sviluppata a partire dal IX secolo a.C.. Quella erodotea, anche a motivo della consistente autorevolezza detenuta dalla fonte, è una tesi che ha finito per farsi accettare quasi unanimemente dai maggiori letterati dell’antichità. Finendo, così, per condizionare pesantemente anche i moderni studiosi. A corollario, va tuttavia sottolineato come, nonostante le numerose rielaborazioni operate ad oggi, nessun pieno sostegno sia giunto da evidenze più strettamente archeologiche. Non fermiamoci. Una terza spiegazione elaborata porrebbe i Tirreni su di un continuum evolutivo il cui capo va rintracciato nel Nord Europa.
Sarebbero insomma l’ultimo anello della migrazione progressiva di una popolazione nomade che avrebbe dapprima valicato le Alpi, per poi attestarsi in un primo tempo nelle valli dell’attuale Alto Adige e, di qui, calare verso sud seguendo la direttrice appenninica per stanziarsi nella Maremma del IX secolo. A supporto di questa tesi c’è un controverso passo di Livio il quale, nel quinto libro delle sue Historiae, giunse a stabilire un legame a dir poco palese tra i Tirreni di Maremma ed una più antica popolazione atesina di guerrieri e pastori, i Reti. Peccato che questa corrente, fortemente in auge tra gli studiosi di epoca neoclassica, nell’Ottocento venne tacciata di infondatezza in modo così veemente da causarne il progressivo oscuramento e, di qui, il totale e definitivo accantonamento.

Lo studioso Mario Alinei

C’è dell’altro. Prendendo le mosse da alcune bieche supposizioni presentate nel lontano 1968 da uno scienziato statunitense di nome Hugh Hencken, l’italiano Mario Alinei ha invece sviluppato in merito alla provenienza dei Rasna una delle ipotesi in assoluto meno ortodosse in circolazione. Questo sforzo esplicativo, tuttavia, possiede anche un pregio non da poco. Quello di costituire una tra le più affascinanti spiegazioni mai prodotte al riguardo. Si tratta del portato di un sistema teorico più vasto che gli addetti ai lavori indicano come TCP. Teoria della Continuità dal Paleolitico. Ma l’idea di Alinei, e prima di lui di Hencken, è nota ai più come teoria etrusco-ungherese. Al suo interno, le carte tradizionalmente poste in gioco subiscono un brusco rimescolamento, tanto radicale che, per una volta, ai Latini che siamo soliti etichettare come invasori viene assegnato un ruolo assolutamente inedito.

Il Gran Tumulo del Diavolino presso Vetulonia

Quello di padroni di casa, autoctoni insomma. Gli stranieri sarebbero, neanche a farlo apposta, i Rasna. E la civiltà che storicamente li precedette, quella Villanoviana. Entrambe filiazioni di una matrice partita da molto lontano. Dal Danubio e dai Carpazi, per la precisione. Cambiamo scenario per un attimo. Dagli scavi effettuati nella terra scura di Vetulonia, in pieno regno etrusco, emerse qualche tempo fa un meraviglioso vaso. Tutto sommato in buone condizioni. E, per di più, recante un’iscrizione perfettamente conservata. Un breve testo che suona: naceme uri ithal thilen ithal ixe me. Vaso Parlante, lo chiamano gli studiosi. La frase è in perfetto etrusco, ce lo dice la grafia. I problemi sono due. Primo: non sapremmo tradurla dall’etrusco. Secondo, che è peggio: ha perfettamente senso se letta in un’altra lingua. Peccato che l’altro idioma è il magiaro arcaico. Nekem – uram – italt tel-en (töltsd), ital idd (igy) meg. Cioè “versa in me, o signore, la bevanda, beviti la bevanda”. Strano. Ma l’intuizione è buona. Muovendosi sul piano strettamente linguistico, etrusco ed ungherese presentano parallelismi tipologici a dir poco sorprendenti. In primis, sono agglutinanti con accento sulla prima sillaba. Ancora, possiedono la stessa armonia vocalica. Terzo: tutte e due le lingue hanno consonanti occlusive sorde. Inoltre, i nomi delle magistrature principali corrispondono, e le denominazioni delle città d’Etruria rispondono allo stesso paradossale canone del vaso di Vetulonia. Possono essere lette tranquillamente ricorrendo all’ungherese. Una curiosità che ci riconduce al piano storico dal quale eravamo partiti.

Itinerario della migrazione dei Magiari antichi

Anche gli Ungheresi sono degli invasori. Inizialmente accorpati agli Ugri della Siberia Occidentale, hanno infatti guadagnato il suolo patrio solo dopo aver fatto la conoscenza dei Ciuvasci, nomadi di origine turca dediti a migrazioni e scorrerie all’interno della steppa asiatica, e del loro dono più importante, l’arte di cavalcare.
Nonostante gli spunti innegabilmente suggestivi che questa ipotesi ci consegna, ad oggi l’enigma dei Tirreni sembra tutto fuorché sciolto. Forse è destinato a restare tale. Forse, per recuperare il senso della loro parabola e tentare di comprendere la loro repentina uscita di scena, sarebbe più sensato – o almeno più coerente con il tema – rivolgersi altrove. Magari, al divino vaticinio delle stelle ed alla sapienza misterica degli aruspici, proprio come erano soliti fare loro.

di Simone Petrelli

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